UN RUGGITO
CHE VIENE DA LONTANO
Ci
sono colleghi, in servizio da dieci anni, ma non solo loro, già
così provati da questa esperienza da non poterne più.
Stanchi e frustrati li ho sentiti fare di questi calcoli: “ dal
’97 al Ministero, sei anni di impiego privato, se riscatto la
laurea tra venti anni andrò finalmente in pensione…”
Il disagio è un concetto troppo soggettivo per poter essere in
qualche modo interpretato, anche perché di motivi per essere
stanchi e frustrati gli ufficiali giudiziari ne hanno in abbondanza.
Quello che dispiace mortalmente e che questi colleghi abbiano perso
ogni spirito propositivo riguardo al futuro della nostra professione.
Accettano con rassegnazione ogni progressiva “deminutio”
sancita dal Ministero o dal Legislatore, con amara rassegnazione e con
spirito di sopravvivenza, nel modo meno peggiore possibile. Le trasferte
sono sono sempre più lontane dalla realtà dei costi sostenuti
per produrle? Ed io cercherò in ogni modo di rimanere all’interno,
al riparo dalle intemperie, dai pericoli e dalle enormi responsabilità
dell’attività esterna. Ad ogni costo! Basterà far
leva, è la moda degli ultimi anni, su qualunque tipo di patologia,
vera o presunta, ed ottenere l’esenzione tanto ambita. Per inciso,
che ne pensate di un pilota d’aeroplano dispensato dall’obbligo
di volare? E di un calciatore dispensato dall’obbligo del contatto
con il pallone? Probabilmente quello che penso io.
Pur con il dovuto e sacro rispetto per quei, in realtà pochi,
casi di colleghi afflitti da gravi patologie, in special modo se per
causa di servizio, credo che in questi casi si debba prevedere il transito
nelle cancellerie, con decine di migliaia di euro di equo indennizzo,
passando alla posizione economica superiore e quant’altro, ma
chi non può o non vuole svolgere attività esterna non
può essere definito ufficiale giudiziario.
Nella stanza dei bottoni si decide la promozione d’ufficio dei
colleghi di livello inferiore al rango di ufficiale giudiziario, senza
concorso, senza preparazione specifica, se non a titolo personale, e
senza esperienza? Qualche giorno di impercettibili travasi di bile,
di imprecazioni e di propositi di rappresaglia, poi il silenzio. Rotto
soltanto dal ronzio di un‘antiquata calcolatrice: già il
calcolo del cosiddetto “calderone” delle trasferte con i
B3, attenua molto l’impeto rivoluzionario, poi una considerazione,
nientaffatto da sottovalutare, spegne definitivamente ogni ardore belligerante.
La settimana scorsa ho eseguito uno sfratto a dir poco cruento, durato
quasi nove ore, fitte di discussioni interminabili, culminate nell’inseguimento
dell’ufficiale giudiziario da parte dell’extracomunitario
armato di machete, a stento raggiunto e neutralizzato da svogliati poliziotti.
Per fortuna, l’immobile si trovava in seconda fascia chilometrica,
quindi ho percepito una trasferta più alta: 5,12 €, al lordo
di varie trattenute! Ma se in quel lasso di tempo, avessi fatto delle
notifiche, quante ne avrei portato a termine? E quanti euro di trasferta
avrei percepito in più? E’ davvero avvilente essere costretti
a discutere in questi termini ed io sono il primo ad esserne mortificato,
ma è la realtà delle condizioni in cui ci hanno costretto
a lavorare e della considerazione in cui è tenuta l’attività
di esecuzione.
Per quanto tempo potremmo sopravvivere professionalmente in modo dignitoso,
continuando a ragionare in questi termini? Giro la domanda a tutti i
miei colleghi, ma, in particolare, aspetto risposte esaustive dai colleghi
nati negli anni settanta.
Ci sono, invece, colleghi, in servizio ininterrottamente dai primi anni
’50, che non mollano mai. L’avverbio, si badi bene, non
è un lapsus. Il pensionamento qualche anno fa c’è
stato, è vero, ma solo come mero atto amministrativo non in grado
di modificare la forma mentis, né di attenuare l’ardore
battagliero. Mi riferisco al collega Palese di Brindisi, il cui recente
intervento sull’attuale condizione dell’ufficiale giudiziario
e sul percorso, da lui auspicato, per uscire dalle acque paludose della
statalizzazione, ha segnato una svolta storica nella grigia apatia che
ha contraddistinto la categoria negli ultimi anni.
Sarebbe molto facile, soprattutto per un presuntuoso logorroico come
me, prendere la ghiotta occasione al volo per dileggiare chi negli anni
precedenti la pensava in modo diverso da me. Per tredici anni mi sono
limitato a constatare quello che accadeva nei paesi giuridicamente più
maturi del nostro, instradato, sulla materia, da molti colleghi più
esperti e capaci di me, fra i quali è impossibile non citare
D’Aurora e Lobrano, ed a caldeggiare questo tipo di riforme nel
nostro scalcinato paese. Cionostante, l’unica cosa che risaltava
agli occhi dei più era il mio certificato anagrafico.
Mentre i colleghi più lungimiranti, a cui io mi accodavo, ma
come ruota di scorta, lottavano per la libera professione, altri colleghi
lottavano per ottenere il commesso Unep. Mentre i colleghi più
competenti si consumavano nel dire e nello scrivere che tutta la categoria
degli ufficiali giudiziari doveva essere rivalutata, soprattutto come
esecutori, altri colleghi, colpiti da un’insopportabile fitta
al fegato, ogni volta che leggevano le altisonanti qualifiche dei colleghi
delle vicine cancellerie, tramavano un’azione proditoria al fine
di ottenere qualifiche superiori in quanto dirigenti e ispettori. Senza
concorso, spesso senza titolo di studio, qualche volta persino senza
capacità.
Potrei, ma non è questo il momento delle polemiche o delle rivincite
da quattro soldi. La vivida intelligenza, la cultura, l’umiltà
e l’attaccamento alla professione dimostrate dal collega Palese
lo rendono così grande e degno di rispetto, tanto da mettere
in secondo piano qualunque argomento a lui non favorevole. Spero che
la sua esortazione costituisca la rampa di lancio per una nuova ripartenza
dell’ufficiale giudiziario verso la vera meritocrazia, la riqualificazione
della sua professionalità, il proventismo serio o, meglio ancora,
la libera professione di stampo europeo.
Fiero di essere stato nominato suo erede, rinuncio all’eredità
per due motivi fondamentali: il primo è che non c’è
ancora stata delazione ereditaria, con la speranza che ciò avvenga
almeno tra mezzo secolo; il secondo è che il patrimonio di eccezionale
cultura e di formidabile dialettica che possiede è opportuno
che continui ad amministrarlo in proprio.
Dott. Umberto Satolli
Ufficiale Giudiziario
Corte d’Appello di Perugia
Obiettivo
2030
Il ricorso contro
il contratto integrativo è pronto.
Più di 130 dipendenti del nostro Ministero chiedono che un giudice
riconosca la violazione dei propri diritti posta in essere da un accordo
discutibile tra lo stesso ministero ed il sindacato.
Pensavamo che l’iniziativa si diffondesse in un territorio più
vasto, ed invece i ricorrenti provengono solo da quel limitato spazio
geografico che va da Erice a Bressanone.
Speravamo di avere consensi da una più ampia fascia anagrafica,
ed invece tra il più giovane partecipante, classe ’71,
ed il più anziano ci sono solo 46 anni di differenza.
Quest’ultimo è il collega Scognamiglio di Napoli, che saluto,
il cui sostegno morale ci ha infiammato gli entusiasmi a dimostrazione
del fatto che l’ampiezza degli orizzonti mentali, la buona fede
e la cultura non hanno davvero età.
Eravamo pronti a spiegare all’intero popolo italiano quello che
solo noi, grazie ad una intelligenza eccezionale, avevamo capito delle
nefandezze che ci venivano prospettate, ed invece, dopo esserci confrontati
con centinaia di colleghi, ci siamo resi conto che prima d’allora
brancolavamo nel buio di una comprensione nebulosa ed incompleta del
peggiore contratto integrativo, tra quelli degli altri ministeri, di
cui abbiamo preso visione.Dopo nove mesi di scambio continuo di opinioni,
domande, materiale giurisprudenziale e dottrinario, furibondi scatti
d’ira e mille altre cose ancora, abbiamo sentito il bisogno di
rendere pubblici i quesiti che riteniamo di interesse generale o le
riflessioni più importanti.
Noi promotori del ricorso non abbiamo saputo dare nessuna risposta logica
ai colleghi che erano attanagliati da mille dubbi. Chissà che
il pubblico dibattito su queste pagine, con noi sempre ospitali, non
fornisca, su questa delicata materia, chiarimenti decisivi.
Per motivi di spazio si darà voce alla minor parte delle opinioni
raccolte. Quando non costituirà un problema, citeremo le fonti.
Nessun ordine metodologico è stato dato all’esposizione
degli argomenti, raccolti sotto forma di annotazioni su foglietti volanti
ed il loro contenuto è stato da noi riassunto o adattato all’esposizione
scritta.
Dall’effervescente Milano chiedono quali soggetti, pseudo-rappresentanti
degli ufficiali giudiziari, hanno potuto sottoscrivere un contratto
che, raffrontando le nostre attuali prerogative con quelle future, determini
una gravissima, ingiustificata ed irreversibile dequalificazione per
1710 di noi, su un organico previsto di 1790? Chiedono inoltre come
sarà possibile per tanti di loro, che vorranno trasferirsi per
tornare o avvicinarsi ai luoghi di origine, conciliare questa esigenza
con l’ambizione di progredire verso le posizioni economiche superiori,
visto che si è annunciato che tutti i colleghi nominati C2 con
questo contratto rimarranno presso l’ufficio di appartenenza,
nella maggior parte dei casi nel centro-sud, anche in rilevante esubero?
Dalla pragmatica Torino chiedono il perché della ripugnante discriminazione
tra passaggio interno da una posizione economica ad un’ altra
ed accesso esterno di giovani aspiranti. Quando verranno banditi concorsi
esterni per i C2 sarà richiesta la laurea e forse anche la specializzazione
“post lauream”, mentre questo contratto riconosce la posizione
economica C3 anche a dipendenti con la terza media. Si può così
impunemente derogare al principio, ancora vigente del titolo immediatamente
inferiore a quello richiesto agli esterni, per gli avanzamenti di carriera
del personale in servizio? Ed in questo mare di prodigalità perché
la zattera di un assistente con 40 anni di servizio ma senza diploma
viene miseramente affondata?
Dalla colta Sicilia un raccapricciante esperimento di laboratorio, avente
per oggetto l’applicazione dei criteri di selezione per l’avanzamento
di posizione economica: il punteggio per titoli ottenuto da un ufficiale
giudiziario in servizio dall’88 è soltanto avvicinato dal
punteggio di un suo collega, in servizio dal ’94, che vanti i
seguenti titoli non posseduti dal rivale più anziano: laurea,
successivo biennio di specializzazione, abilitazione alla professione
di avvocato, certificazione rilasciata da istituti autorizzati comprovanti
la conoscenza dell’inglese parlato e scritto, nonché il
superamento di corsi superiori di informatica avanzata. I colleghi concludono
che, con tali premesse, sono incerti se continuare la loro battaglia
contro l’oligofrenia o abbandonarsi all’etilismo.
Dall’attivissima Padova chiedono come mai è stato attribuito
un punteggio alla licenza media visto che, o almeno si spera, non ci
sono dipendenti con la licenza elementare? Ipotizzano, con sfrenata
malignità, che ciò serva in realtà a diminuire
l’effettivo valore dei punti attribuiti alla laurea.
Da Orvieto chiedono come mai è stato attribuito un punteggio
rilevante alla dirigenza anche se di un ufficio il cui organico onnicomprensivo
è di quattro unità, nella quiete bucolica di 30 esecuzioni
mensili, mentre a nulla vale il provvedimento di nomina a preposto di
un collega, messo così a dirigere decine o centinaia di persone,
in un grande ufficio e con un rilevante carico di responsabilità?
In tema di arbitrio nell’attribuzione di punteggio ad un titolo
piuttosto che ad un altro, arriva dall’Italia insulare finalmente
un quesito di livello pari a quello del contratto integrativo! Un collega
è in servizio dagli anni sessanta e da allora ha regolarmente
partecipato a tornei nazionali di bocce, tutti di rango federale. Perché
non ha avuto un punto per ogni podio conquistato?
Dall’Italia peninsulare un aneddoto destinato a divenire un monumento
al sindacato. I dipendenti riuniti in assemblea rumoreggiavano. Conti
alla mano un loro collega, notoriamente rozzo ed incompetente, aveva
già in tasca il livello C3: l’oratore ammetteva l’assurdità
di tale promozione ma aggiungeva “… sì, ma tra una
decina d’anni, che lo voglia o no, andrà in pensione!”A
quel punto i colleghi si sono calmati. Solo dieci anni? Pensavamo francamente
di più.
Da Rieti chiedono perché non ammettere tutti i dipendenti in
servizio ai corsi di riqualificazione per permettere ai giovani migliori
di scalare molte posizioni nella graduatoria finale? Come mai, inoltre,
pare si sia scartata l’ipotesi di mantenere valida la graduatoria
nel tempo così da permettere agli idonei di essere successivamente
nominati nelle posizioni economiche superiori rese disponibili da pensionamenti,
dimissioni o altro?
Tutti i colleghi sentiti si definiscono nauseati dagli squallidi funambolismi
dei punteggi dolosamente diversificati attribuiti agli anni di servizio.
I più attivi hanno chiesto al sindacato spiegazioni sull’argomento,
ricevendo come risposta che sono in possesso di un parere conforme espresso
da esperti in materia. Nessuno, per quello che sappiamo noi, ed una
smentita sarebbe una piacevole sorpresa, ha avuto modo di leggere direttamente
tale parere né di sapere i nomi dei professionisti a buon mercato
che lo hanno esteso. Su questo argomento riceviamo dalle verde Umbria
un contributo con una pesante inflessione romanesca e qui tradotto per
favorirne la comprensione. Il collega fa notare quello che anche i bambini,
ma non i sindacalisti, sanno. In ogni processo di apprendimento o di
accumulo d’esperienza vale il principio dell’utilità
marginale. Partendo da un ipotetico zero, i primi anni hanno un valore
determinante e l’utilità degli anni successivi decresce
con regolarità fino ad annullarsi dopo qualche decennio.
Così vasta è stata l’eco della nostra iniziativa,
che annoveriamo tra i vari contributi anche quello di un addetto ai
lavori, presupponiamo parente o amico di un collega. Dal travagliato
Meridione riferisce di aver perso il lavoro perché un ingegnere
malese, dal cognome impronunciabile, ha ideato in procedimento produttivo
così geniale da rendere immediatamente non competitiva al sua
azienda. Ha fatto ricorso contro i suoi datori di lavoro perché
i conti finali non gli quadravano: prima udienza fra due anni! Dopo
aver protestato furiosamente, in cancelleria gli hanno risposto di non
fare questioni inutili, perché tutti sanno che la giustizia non
funziona. Ora ha saputo della nostra protesta. Già sapeva della
multiforme intangibilità dello statale, che trova scandalosa
se paragonata all’aleatorietà della sua condizione, ma
che facessero carriera con modalità analoghe a quelle della fila
dal suo droghiere, questo lo ignorava. Sospetta, soprattutto, che “qualche
fesso”, promosso solo per anzianità, sia concausa dei problemi
della giustizia. Sospettiamo, fortemente, anche noi.
Concludiamo questa panoramica con un invito fatto da tutti i ricorrenti.
Vista la premeditata sordità del Ministero e del sindacato su
alcuni argomenti, rivolgiamoci direttamente alla società civile.
Che il cittadino-elettore sappia come, nonostante i proclami contrarii,
venga in realtà gestito un servizio fondamentale come il nostro.
Sappia che i disservizi ed i ritardi non sono dovuti alla fatalità
od alla particolare conformazione del nostro paese. Sappia che in Francia
o in Danimarca è stato possibile abbandonare questo tipo di rapporto
stato-cittadini da oltre 50 anni. Sappia che il Legislatore italiano,
quasi quotidianamente, con volgare disprezzo delle numerose e precise
direttive dell’UE e della valanga di condanne emesse dall’Alta
Corte di Giustizia, approva leggi che, per incompetenza o mala fede,
ci allontanano dall’Europa e ci avvicinano al Nicaragua. E la
smettano di dare la colpa alla deriva dei continenti!
L’invito è stato raccolto. Se gli impegni verranno mantenuti
alcuni giornali pubblicheranno articoli sul delirio-giustizia, sulle
colpevoli omissioni del potere politico in tema di libera professione
dell’ufficiale giudiziario ed altro ancora.
Ce la farà l’Italia ad allinearsi alla giustizia europea
entro la data indicata nel titolo? Noi crediamo di sì, ma ad
una condizione: che si volti pagina da domani mattina!
Umberto Satolli
RIFONDARE LA DIRIGENZA UNEP!
Vorrei inserirmi nel dibattito scaturito dalla, oramai celebre, sentenza
della Corte di Cassazione, relativa al mancato riconoscimento del trattamento
economico superiore ai dirigenti Unep. Tali commenti hanno avuto, come
punte di diamante delle due differenti correnti di pensiero sull’argomento,
gli eccellenti elaborati degli ottimi colleghi Lobrano di Sassari e
Marchesi di Gela. Assai remota, peraltro, la possibilità che
il mio scritto, come al solito “controcorrente”, sia lontanamente
paragonabile a quelli dei colleghi appena citati , quanto a garbo, intelligenza,
cultura generale e specifica
Preliminarmente, va sgomberato il campo dal sospetto, molto diffuso,
che il collega sardo, e quelli che aderiscono al suo pensiero, abbiano
scelto di criticare l’attuale assetto della dirigenza perché
dirigenti non sono, mentre il collega siciliano, ed i suoi epigoni,
approvino l’anacronistico sistema perché dirigenti e quindi
titolari del diritto alla riscossione delle differenze stipendiali.
La dignità di tutta la categoria non permette nemmeno di ipotizzare
l’esistenza di una così grave disonestà intellettuale
nel viziare i propri convincimenti in base alle singole condizioni personali.
Ciò premesso, è mia modesta opinione che i nostri due
colleghi dicano cose, apparentemente così diverse, solo perché
si occupano di questioni certamente differenti.
Il Marchesi fa un’ottima panoramica della normativa, di vario
grado, vigente in materia di mansioni superiori, di organigrammi ministeriali
e di quant’altro relativo alla controversia in essere, per dimostrare,
con matura esegesi, come sia del tutto fuorviante, e tecnicamente errata,
la decisione della Suprema Corte con la quale si è negato il
nostro diritto a percepire la retribuzione del livello corrispondente
a quello del quale, inequivocabilmente, si svolgono le funzioni. Approfittando
poi dell’occasione, aperto il mattatoio, perché non massimizzare
l’impiego dell’attrezzature, facendo bassa macelleria giuridica
e logica delle questioni ad essa sottoposte? E così, per soli
9000 o, al massimo,12000 euro netti al mese, i giudici componenti quella
sezione si sono anche presi la briga di distruggere la quasi totalità
delle attribuzioni, dirigenziali e non, dell’Unep.
Dirigere centinaia di persone, come succede nei grandi uffici, essere
sostituti d’imposta, rappresentare l’Unep di appartenenza
in consessi di ogni tipo, nulla di ciò è valso a qualificare
le nostre attività come superiori a quelle svolte da un C1! Rabbrividisco
al pensiero di piccolissime cancellerie dove, a dirigere l’attività
di una decina di braccia rubate, in parte all’agricoltura ed in
parte ai lavori domestici, vi è un C3 super.
Mi prendo la responsabilità di affermare che non ci sia uno soltanto
di noi che non giudichi sbagliata e profondamente iniqua tale sentenza.
A me sembra, invece, che il collega Lobrano sottolinei altri problemi
relativi a questa dolorosa vicenda, anche se è ovvio che l’interpretazione
autentica di quello che scrive spetti soltanto a lui.
A fronte dei gravissimi problemi che affliggono, da molti lustri, l’intera
categoria, egli ha sempre notato la disunità, di noi colleghi,
nella lotta per risolverli. Per lo più si è fatto ricorso
alla via più breve: ottenere vantaggi per se stessi o per la
sottocategoria a cui appartenevano. Come non fare riferimento al colpo
di stato geriatrico delle fallite riqualificazioni, volto non a rendere
più efficienti i nostri uffici ma solo a premiare gli ufficiali
giudiziari più anziani d’Italia perché tali, senza
alcun filtro meritocratico? Sconfitti senza appello su questo fronte,
la categoria si è ricompattata in vista di un obiettivo comune?
No, ovviamente, si è pensato ad un’altra sottospecie dell’ufficiale
giudiziario, il dirigente. Mentre centinaia di nostri colleghi rischiavano
ogni giorno la vita su tutto il territorio nazionale, qualche decina
di colleghi pensava che fare le veci di un piccolo computer per la contabilità
o mandare gli operatori in udienza o altri adempimenti del genere, fossero
quel qualcosa in più dell’ufficiale giudiziario che andava
maggiormente retribuito. Come se in un ospedale, per citare un celebre
esempio lobraniano, contasse di più la funzione del ragioniere
di quella del chirurgo. In fondo, nell’operazione a cuore aperto
quel medico ha utilizzato pochi euro di filo da sutura, mentre il ragioniere
ha appena saldato la fattura del filo da sutura del 2005, ben 52000
euro!
Per tornare a considerazioni mie, anche ammettendo la peculiarità,
in astratto, delle funzioni del dirigente, resta un problema gravissimo
di come si diventa e, soprattutto, di come si è diventato dirigente
in passato. Il buon Marchesi ne fa una tiepida, ma coerente, menzione,
rivolta al futuro e sottintendendo un condono tombale per il quarantennio
precedente.
Anche ammesso, senza però averlo dimostrato, che nel momento
della nomina quell’ufficiale giudiziario fosse il più idoneo
a svolgere certe funzioni, mai, e sfido chiunque a smentirmi, si è
riconsiderata quella nomina alla luce di avvenimenti successivi e contro
la volontà del dirigente in carica. L’arrivo della reincarnazione
di Carnelutti o Santoro Passatelli in ufficio, le pessime prestazioni
del dirigente in carica, le vessazioni nei confronti dei colleghi e
altre amenità del genere non hanno mai portato alla rimozione
del titolare della dirigenza. La minima casistica in materia, infatti,
riguarda casi gravi, spesso al limite del reato, e quindi non fa testo.
Ecco dove si annidano le gravi perplessità dei colleghi non dirigenti
nei confronti di questo problema. Conosco colleghi, anche ultrasessantenni,
di grande valore, che da venti o trentanni sono diretti da un collega
dalle dubbie qualità solo perché nominato prima di loro,
senza alcuna possibilità di far valere le proprie qualità,
di beneficiare dei vantaggi riservati a questa categoria, alle occasioni
formative, a meno di ricorrere a dei sicari prezzolati…
Negli ultimi anni la situazione è rapidamente peggiorata. Infatti
a colleghi di pari grado, vincitori di nessun concorso, incredibilmente
nominati a vita, di cui si prescinde da qualunque valutazione sulla
professionalità e adeguatezza alla funzione, sono stati riconosciuti
vantaggi concreti. Il punteggio aggiuntivo nelle riqualificazioni, che
poi sono saltate, ma il cui punteggio è comunque valso per la
nomina nelle posizioni super. Denaro, siano dieci centesimi o mille
euro non fa differenza, che non a tutti è stato consentito di
guadagnare. Da dirigenti si diventa ispettori, previsione coerente,
visto il tipo di attività ispettiva, ma che, a parità
di altre condizioni, non permette, quasi mai, a colleghi in gamba, non
dirigenti, di ottenere questa qualifica. Le occasioni formative, per
lo più riservate ai dirigenti, l’esclusione dalle quali
danneggia gli altri colleghi per due motivi fondamentali: primo, perché
colleghi laureati, specializzati, abilitati alla professione forense,
non possono aggiornarsi, mentre il dirigente, diploma in geometra nel
’61, sì? Secondo, girano voci insistenti sull’attribuzione
di punteggio a tale formazione corsuale, in occasione delle elaborande
riqualificazioni, corsi a cui ci è stato negato di partecipare,
magari per lasciare spazio a colleghi del ’35!
E’ vero, decine di colleghi dirigenti, tra i quali ho l’onore
di annoverare amici fraterni, svolgono questa funzione con competenza,
zelo, sacrificio e professionalità ed a loro va riconosciuto
pieno merito, oltre che il riconoscimento economico superiore, ma ciò
non toglie che il sistema con il quale sono stati nominati, magari sotto
il Pontificato di Paolo VI, o con il quale mai è stata verificata
l’idoneità alle funzioni, non sia ancora oggi accettabile.
Per verificare se questa mia opinione è fondata proporrò,
nelle sedi adeguate, istanza per la rotazione della dirigenza tra tutti
i colleghi interessati.Sono convinto, ma potrei ovviamente sbagliarmi,
che la normativa attualmente vigente possa permettere l’applicazione
di tale istituto tra colleghi di pari grado. Auspico che le centinaia
di colleghi più preparati di me e che dovessero condividere le
mie opinioni in argomento, contribuiscano alla stesura delle suddette
richieste ed a combattere quest’ennesima battaglia in favore della
legalità.
Dott. Umberto Satolli
Ufficiale Giudiziario
Corte d’Appello di Perugia
Chi
rema contro: abbiamo i nomi!
Incommensurabile la stima ed il rispetto per i coraggiosi colleghi di
Tivoli.
E non si pensi ad una nostra adesione solo ideologica o di maniera.
Già nel 1999 abbiamo iniziato un lungo cammino giudiziario per
il riconoscimento dell’orario di lavoro per l’Ufficiale
Giudiziario, proponendo un ricorso più che circostanziato al
giudice del lavoro di Perugia. Nella migliore delle ipotesi ciò
avvenne tra l’indifferenza della maggior parte dei nostri colleghi.
Nella peggiore, tra gli sberleffi assordanti: che idea malsana! Uno
schiavo, con tanto di pelle scura ed anello al naso, che pretende una
limitazione dell’orario di lavoro. Nonostante tutto, per qualche
anno fummo ottimisti sull’esito finale della vertenza. Il quadro
normativo e giurisprudenziale sembrava incontestabile. L’ottimismo
finì una tiepida mattina della primavera del 2002. L’ingegneria
giuridico-sindacale aveva partorito l’ennesimo mostro: le norme
di raccordo, ovvero la resa incondizionata dell’Ufficiale Giudiziario
al sistema. Un velo pietoso sulle motivazioni che hanno spinto degli
pseudo-lavoratori, tra cui anche dei nostri colleghi, a firmare un accordo
tanto assurdo. Spero per loro che abbiano, in seguito, almeno ottenuto
tempestivamente la contropartita pattuita, altrimenti trascorreranno
secoli in Purgatorio per nulla.
Dopo solo sei anni, la brutta notizia invece della lieta novella che
avrei voluto annunciare agli intrepidi colleghi tiburtini. “Respinge
il ricorso, spese compensate”. Nei corridoi del tribunale un brusio
di sconcertati commenti, pare che il magistrato non se la sia sentita
di disturbare il “Palazzo”. Nemmeno l’illusoria consolazione
di un rabbioso ed immediato ricorso in appello. Altro brusio di commento:
“pare che depositi le motivazione anche dopo diciotto mesi, sapete,
il tempo è medico degli affanni…”
Dopo qualche giorno di elettroencefalogramma piatto, il pensiero va
alla strenua lotta che si va combattendo a due passi da Roma. Incredibilmente
l’apparecchio segnala una tiepida ripresa dell’attività
elettrica dell’emisfero cerebrale destro. Le motivazioni alla
base di tale protesta sono assolutamente condivisibili, lo sconforto
degli Ufficiali giudiziari è grave e generalizzato, il loro futuro
triste ed incerto, perché solo a Perugia, a Padova e a Matera
si è pensato di far rispettare dei diritti per cui l’Uomo
combatte da secoli? Un ronzio impercettibile anche dall’emisfero
sinistro. I giuslavoristi da me interpellati sull’argomento sono
stati molto chiari. Gli Ufficiali Giudiziari lottano contro i mulini
a vento perché, con un ufficio che funziona, chiedono a dei giudici
recalcitranti un astratto riconoscimento del diritto all’orario
di lavoro. Dieci, cinquanta, cento Tivoli con atti che scadono e processi
che saltano ed il miracolo avverrebbe. L’inversione dell’onere
della prova! Impossibile dimostrare. per il ministero, che per noi sussisteva
l’obbligo di lavorare oltre ogni limite temporale per assolvere
ai nostri doveri. Ma Tivoli è una sola, a Perugia mi sono mosso
soltanto io, oltre ad una coraggiosa B3. Il criptoorchidismo continua
ad essere raramente diagnosticato, un po’ in tutta Italia, e quindi
raramente viene curato. La conclusione dovrebbe essere che, se le palle
le hanno solo a Tivoli, è soltanto un problema chirurgico? Noi
non lo crediamo.
Senza alcun preavviso, sento un irrefrenabile bisogno di conforto nella
matematica. Strano, non sono mai andato oltre la comprensione delle
tabelline.
Millesettecento colleghi C1 attualmente in servizio, poco meno, ma non
è importante. Alcune centinaia, per loro stessa ammissione, lavorano
meno di trenta ore a settimana, pur terminando, con precisione elvetica,
i compiti loro assegnati in modo egregio. Spiegano: l’ufficio
lavora poco, una trentina di esecuzioni al mese pro capite, l’organico
è stato ampliato nel tempo, per spinte politiche e clientelari,
non per reale necessità, ma per accogliere chi ha forzatamente
emigrato in occasione della prima nomina. Ora la situazione peggiorerà,
a dicembre arrivano tre nuovi colleghi! Cosa? Ricorso per l’orario
di lavoro? Finirei per lavorare più di quanto faccio adesso.
1500 al massimo 1600 euro al mese per il resto l’orto, il negozio
della moglie, la piscina dei figli, cioè il vero senso della
vita, sia detto senza la minima ombra di ironia o di riprovazione, solo
con un po’ d’invidia.
Altre centinaia di colleghi, precisamente quelli che mi amano di più,
fin dai tempi del catetere, sono oltre la sessantina. Non hanno più
la forza e la voglia di contestare il sistema e ciò è
assolutamente comprensibile. Conoscono molto bene il loro lavoro, la
loro zona, i loro debitori, i trucchi del mestiere, lavorano più
con la testa che con le gambe e poi il mutuo è finito nel ’97,
mia moglie insegna, una figlia medico, un figlio commissario di polizia.
L’orario di lavoro non l’abbiamo mai avuto, certo, adesso
guadagnamo di meno ma nel tempo delle vacche grasse ho fatto degli ottimi
investimenti…
Lo ribadisco perché fondamentale, nessuna critica nelle mie considerazioni,
sto soltanto facendo i conti, fatemi finire.
Altre centinaia di colleghi non hanno nessuna passione per questo lavoro.
Negli anni novanta scorrevano la Gazzetta Ufficiale: uditore giudiziario,
consigliere di prefettura, collaboratore finanziario, direttore penitenziario…
toh! Ho vinto il concorso da collaboratore UNEP, appena scopro cosa
fa esattamente vedrò se rallegrarmi o meno. Lavorano per vivere,
col tempo hanno imparato a odiare questo lavoro infame, ma appena vincono
un altro concorso vanno via. Non li si può certo rimproverare,
ma è inutile chiedergli di lottare per la categoria.
Dulcis in fundo, i dirigenti. Quanti sono? 150, o forse di più.
Che vergogna, Melli e Palese queste cose le sanno a memoria, hanno anche
scritto delle monografie sull’argomento. Loro sono, in maggioranza,
i veri custodi dell’ordine costituito. Godono di numerosi privilegi,
ma ne sono allo studio dei nuovi. Nomina a vita, pensare che Fazio credeva
di essere l’unico. Nominati, in qualche caso, durante il pontificato
di Paolo VI, nel loro ufficio giunsero, nell’ordine la reincarnazione
di Carnelutti, Santoro-Passarelli e Crisafulli. Niente da fare, a meno
di condanne penali o morte improvvisa, nessun ripensamento sulla loro
nomina. Rotazione nelle mansioni superiori? Per tutti i funzionari dell’Unione
Europea ma non per gli Ufficiali Giudiziari. Vuoi fare l’ispettore?
Solo se sei dirigente e sai far di conto. Da qualche anno, poi, la ciliegina
sulla torta. Il riconoscimento del trattamento retributivo da C2 e anche
da C3. Giuridicamente ineccepibile, anzi, a mio avviso una vittoria
per l’intera categoria se non fosse che tale privilegio spetta
a chi ha il solo merito di essere nato prima di noi, non ha vinto un
concorso migliore del nostro e magari è ben lungi dall’essere
il migliore esemplare di Ufficiale Giudiziario in circolazione nella
sua città. E a questi colleghi puoi chiedere di contestare il
sistema, di fare ricorso? Contro cosa? Forse lo stipendio più
alto o la pensione più cospicua, o forse perché non bussano
alla porta dei debitori da un ventennio. O forse perché, in qualche
caso, attingono al mitico “calderone”, dividendo tutte le
trasferte in parti uguali, nonostante non ne abbiano prodotte nemmeno
una.
Alla fine, fatte tutte le sottrazione, il mio talento matematico viene
fuori in tutto il suo fulgore: siamo rimasti a contestare io, Mascioli,
Nardella, Lobrano e pochi altri, a conti fatti, non c’è
nulla da fare…
Dott. Umberto Satolli
Ufficiale Giudiziario
Corte d’Appello di Perugia
Gli
scandalosi ufficiali giudiziari
Non bastavano gli
eterni problemi della giustizia. Ora ci si mettono anche gli ufficiali
giudiziari ad aggravare la situazione ed il disagio dei cittadini. Tutta
questa petulanza per l’aggiornamento delle trasferte, congelate
al ’96! Ma non sanno che c’è un deficit pubblico
grande come una voragine e che da qualche parte si dovrà pur
risparmiare?
L’autorizzazione all’uso del mezzo proprio? Tipica follia
derivante dalla patologica mania di protagonismo degli ufficiali giudiziari!
Ma non sanno anche i bambini che tutto il territorio è coperto
dal servizio di trasporto pubblico? La solita storia. Trattasi di pubblico
dipendente allergico all’autobus, che vuole viaggiare comodo,
magari ascoltando CD o fumando e che inserisce nel suo itinerario, all’insaputa
del Ministero, la scuola dei figli, il supermercato, l’ufficio
postale e chissà quante altre fermate abusive e poi si lamenta
di essere costretto ad usare l’auto.
Per non parlare della pretesa assurda di avere l’orario di lavoro
che almeno ne predetermini la quantità. Al ministero già
se lo immaginano dopo tale conquista. Cammina lentamente mentre si dirige
verso il luogo dell’esecuzione, i più scaltri, al minimo
accenno di salita, portano la mano sullo sterno con una smorfia di dolore
per giustificare le frequenti soste. Eccolo mentre verbalizza con calma
esasperante, aggiunge lunghissimi avverbi inutili, divaga con excursus
elaborati su temi tipo la convenienza o meno del diesel. Alla fine arriva
trionfante al momento che ha atteso per tutta la giornata: va dal capufficio
con gli atti che, trascorse le sei ore, non ha avuto il tempo di espletare.
Ma è molto più efficace il sistema attuale. Se vuoi pranzare
entro le quindici, affrettati. Se temi l’oscurità della
sera sii rapidissimo a sfruttare fino all’ultimo le ore diurne,
perché il crepuscolo incombe e la borsa è ancora piena.
Certezza della retribuzione? Poi ci si domanda come mai le interdizioni
sono così rare… con tutti questi matti in giro. Cosa c’è
di strano se alcuni lievissimi problemi legislativi e contabili ritardano
o annullano emolumenti sacrosanti. E’ un inevitabile contrappasso
dell’oramai proverbiale metodo per arrotondare lo stipendio dei
nostri cari ed integerrimi funzionari. Casse di frutta, buste di carne
e, soprattutto fruscianti banconote estorte ai poveri esecutati. Tali
abitudini, attentamente monitorate dal Ministero, ovviamente legittimano
certe disattenzioni in tema di stipendio.
Al di là delle precedenti considerazioni, è di questo
mese la consegna al Ministero del risultato di una commissione di studio,
istituita all’insaputa dei decerebrati di cui trattiamo, composta
da etologi, ragionieri, neuropsichiatri, sociologi, fisioterapisti e
zoologi che hanno osservato per anni i nostri protagonisti.
In base alle loro dotte conclusioni il ministero può star tranquillo.
Non esiste altra razza, nel mondo animale, maggiormente capace di sopportare
qualunque tipo di sofferenze, angherie, maltrattamenti od ingiustizie
senza alcuna reazione. Quindi ha deciso di continuare pervicacemente
su questa strada…
Umberto Satolli
Corte d’Appello Perugia
L’INVOLUZIONE DELLA SPECIE:
DALL’ ”HOMO SAPIENS” ALL’ ”HOMO DEMENS”.
Quando,
alla fine del ’99, circolarono le prime voci sul contenuto del
contratto integrativo del nostro Ministero, non credemmo alle nostre
orecchie: saranno sicuramente pettegolezzi privi di fondamento, impossibile
che, ad un passo dal terzo millennio, si possa risprofondare in tale
barbarie. Ma ci illudemmo invano.
Purtroppo l’incubo divenne realtà nel febbraio del 2000,
quando venne ufficializzato il contenuto del contratto, poi consacrato
definitivamente nel successivo mese di aprile.
Subito apparvero macroscopiche le illegittimità in esso contenute,
con prevaricazioni arbitrarie, titoli di studio vanificati e, soprattutto,
il “favor senectutis” che non aveva nessun fondamento logico,
giuridico, organizzativo ed etico, perché attuato senza alcun
filtro, magari assai blando, di tipo meritocratico. Senza voler tornare
nello specifico di ogni singola aberrazione, da incorniciare, nella
confusione di un’orgiastica dissennatezza, l’anzianità
di servizio a geometria variabile, i cui anni di decorso producevano
punteggi incredibilmente diversi a seconda dei soggetti che li maturavano.
In ordine a tali nefandezze, tra l’altro, gli arditi giuristi
che le avevano elaborate ricevevano da ogni dove precise anticipazioni
di quello che sarebbe successo : “…gli avvocati giuslavoristi
interpellati esprimevano parere positivo circa un ricorso che potesse
sabotare per qualche anno le truffaldine promozioni a pioggia…”
ci ricordiamo di aver letto su un numero del “Mondo giudiziario”
di quella primavera, ad opera di un collega noto per la sua logorroica
presunzione. Però, in quell’articolo , si parlava anche
di catetere, simbolo senile per eccellenza, e tale citazione colpì
così tanto i lettori che, invece di prendere nota della facile
profezia catastrofistica, preferirono far passare alla storia dell’urologia
l’autore di quell’articolo, etichettandolo come “quello
del catetere”.
La leggenda narra che al ministero qualche perplessità fu sollevata
sulla riqualificazione in generale, tanto che, per quasi un anno, nessuna
iniziativa fu presa per attuarla. Ricordo di quel periodo le pacate
recriminazioni di un collega del ’28: per pochi mesi avrebbe perso
un’opportunità così favorevole di fare una veloce
carriera.
Dopo questa fase di stallo, il Ministero convocò i rappresentanti
sindacali per chiedere loro un parere circa il fiume di eccezioni logiche
e giuridiche, che erano pervenute, con ogni mezzo, alle loro orecchie.
La leggenda narra che i sindacalisti abbiano risposto di aver preso
la maturità nelle scuole serali, e che, per questo motivo, non
comprendevano bene le argomentazioni di chi protestava. Comunque dichiaravano
potersi procedere, perché tale trambusto andava classificato
certamente nella categoria “rabbia degli esclusi”. Di quel
periodo ricordo le comprensibili recriminazioni di alcuni colleghi del
’29: per pochi mesi avrebbero perso un’opportunità
così favorevole di fare una veloce carriera.
L’analisi del problema fu veramente approfondita dai sindacati.
Infatti nel 2002 la magistratura annullò, di fatto, le riqualificazioni
che ci riguardano, con l’autorevole sigillo della Corte Costituzionale
che, il 16.5.2002., sancì le regole da osservare per i concorsi
interni, in modo così chiaro che ci tranquillizzò definitivamente:
anche delle persone dalle modeste capacità intellettive le avrebbero
comprese in pieno. Figuriamoci i cervelloni ministeriali. La tranquillità
crebbe quando, in settembre, anche l’ARAN dettò il vademecum
dei concorsi interni a cui le amministrazioni pubbliche erano obbligate
ad attenersi. Di quel periodo ricordo le decise recriminazioni di svariati
colleghi del ’30: per pochi mesi avrebbero perso un’opportunità
così favorevole di fare una veloce carriera.
Giunti a questa fase della storia, si poteva ancora parlare di una situazione
quasi normale nel pubblico impiego: persone poco preparate avevano formulato
norme la cui imprecisione era imbarazzante. Tutti coloro che avevano
potuto farlo, erano riusciti a addomesticare i criteri selettivi, in
base ad esigenze personali o della combriccola di cui facevano parte.
Il tutto si era poi avviato in base alla complicità dei vertici
ministeriali, i quali , in nome di non meglio specificati buoni rapporti
con i sindacati, avevano chiuso entrambi gli occhi su le varie bizzarrie
del contratto integrativo. Non che ci fossero molte novità rispetto
al passato.
Quello che è poi successo, dopo l’estate del 2002, invece,
è di una gravità sconcertante. Due le ipotesi che riesco
a formulare. Non una di più, probabilmente per miei limiti. O
le persone che hanno riproposto, dopo più di un anno, le stesse
riqualificazioni avevano consapevolezza di quello che stavano facendo
e quindi avevano totale disinteresse per la loro concreta attuazione,
oltre alla certezza di impunità penale e contabile, oppure erano
soggetti in preda a delirio schizoide, incapaci di intendere e di volere.
Come è stato possibile supporre, in buona fede, di aver risolto
i problemi di illegittimità del contratto, aumentando le persone
ammesse inutilmente ai corsi, pur mantenendo immutati i criteri di selezione
che già escludevano la maggior parte del 30%, ammesso in più,
nella prima versione della riqualificazione? Chi ha osato sperperare
euro a vagonate, pur di gettare fumo negli occhi di migliaia di onesti
lavoratori? Di quel periodo, oltre ai travasi di bile, ricordo le accese
recriminazioni di molti colleghi del ’31: per pochi mesi avrebbero
perso un’occasione così favorevole di fare una veloce carriera.
Ora siamo giunti all’agosto del 2004, il TAR del Lazio, grazie
a pochi valorosi che hanno avuto il coraggio di gridare che il re è
nudo, ha sospeso la seconda edizione di questa farsa. Naturalmente la
“nomenklatura sindacale” ha già diramato comunicati
in cui spiega, dall’alto della sua statura etica e culturale,
che è colpa di un manipolo di imbecilli invidiosi se la nostra
categoria non si fregerà di 800 posti da C2. Ho la nausea al
solo pensiero di controbattere. Preferisco che siano i fatti a parlare.
Grande tristezza al pensiero che centinaia di colleghi, davvero in gamba,
siano stati spediti in quiescenza con l’ignobile qualifica di
C1, per colpa dei loro rappresentanti sindacali che, grottesco paradosso,
avevano goffamente tentato di favorirli ad ogni costo. Ventidue anni
di ispettorato, trentaquattro di dirigenza, quarantasei di servizio,
questo ed altri curriculum di pari livello. I colleghi già in
pensione avrebbero superato qualunque scoglio meritocratico con un occhio
bendato, la mano destra legata dietro la schiena e calzando scarpe di
due numeri più strette del solito. No, non si poteva fare. Perché
il collega Astutilio, solo per il fatto di aver preso una scossa elettrica
da 380 volt che lo ha reso inabile al 70%, non doveva essere nominato
C2? Si è voluta l’automatica certezza della promozione
per tutti gli anziani, costi quel che costi. Ci è costato molto.
Grande tristezza al pensiero di un quinquennio sprecato, al pensiero
che, menti sofisticate, sono già al lavoro per elaborare meccanismi,
sempre più complessi, per gabbare il prossimo nei nuovi contratti.
Grande scoramento nel prevedere, come unica via d’uscita, il concorso
pubblico con riserva di posti per gli interni. Soluzione questa che
prevede la trasformazione del totale favore, nei confronti degli anziani,
al quasi totale disfavore nei loro confronti. Ricordatevelo nel momento
in cui pagherete le quote al sindacato. Di questo periodo ricorderò,
oltre alla fibrillazione atrio ventricolare, anche le rabbiose recriminazioni
dei colleghi del ‘32: credo che il motivo ormai lo immaginiate
da soli.
Dott. Umberto Satolli
Ufficiale Giudiziario
Corte d’Appello di Perugia
L'Italia del terzo millennio
Avevano detto che non sarebbe successo più. Anzi. Sorridevano
delle consuetudini in auge sino a qualche anno fa in tema di avanzamento
di carriera, con quell’indulgenza che si riserva all’ingenuo
folklore paesano od alle antiche usanze tribali. Cose di almeno un secolo
fa. Ora le stesse persone, polverosi burocrati ministeriali e mediocri
sindacalisti, hanno rinnovato i patti scellerati, il 3 febbraio 2000,
data in cui è stato firmato il contratto integrativo per il Ministero
della Giustizia.
Pur non essendo un trattato di medicina geriatrica, in esso trionfa
l’anzianità. Quella di servizio pare infatti considerata
la panacea di tutti i mali del pianeta giustizia. Tra le tante virtù
insospettabili essa ha quella di modularsi a piacimento, il più
delle volte in proporzione inversa al dolo ed alla incompetenza delle
persone sedute al tavolo delle trattative.
L’indagine conoscitiva, ampia ed approfondita, svolta dal Ministero,
con la supervisione tecnica del sindacato, ha infatti constatato che
i dipendenti della giustizia per i primi cinque anni lavorano in scantinati
bui, umidi e maleodoranti, lavorano poco e male ed un anno della loro
esperienza vale un ottavo di quella dei loro colleghi che, ammessi al
piano terra dal sesto al quindicesimo anno di servizio, in locali ampi,
asciutti e moderni sviluppano doti intellettive eccezionali e maturano
un’esperienza superiore. Ma non basta. All’inizio del sedicesimo
anno i frastornati dipendenti vengono accolti al piano ammezzato dove
arriva un po’ di luce e di calore da sopra, tale da consentire
loro di produrre e maturare quattro volte di più dei loro colleghi
interrati ma, evidentemente, anche del puzzo e dell’umidità
da sotto che limita le loro capacità ad un mezzo di quella dei
colleghi soprastanti.
La volontà fraudolenta di escludere dagli avanzamenti di carriera
i colleghi più giovani è chiara a tutti. Ma qualcuno cerca
di far finta di nulla. Il più ampio disegno criminale prevede,
tra l’altro, che un anno e mezzo di servizio nel magico piano
terra valga quattro anni di studi universitari, ventisei esami e la
tesi di laurea. Formidabile, poi, quel semestre, imprecisato, equiparato
ad una laurea breve di durata triennale. Si è voluta creare una
violenta frattura generazionale nella nostra categoria. Da una parte
geometri, periti agrari e quant’altro, in qualche caso in servizio
a 22 anni, inquadrati d’ufficio pochi anni fa tra gli impiegati
direttivi dello Stato, senza il minimo filtro che trattenesse nel livello
inferiore qualche somaro, magari uno solo, che non meritasse l’avanzamento,
ora di nuovo proiettati in avanti anche di due livelli, spesso senza
titoli, e con un esame che già si preannuncia « non tenderà
a sconvolgere le graduatorie stilate in base all’anzianità
».
Dall’altra parte della barricata 600 peones, tutti obbligatoriamente
laureati, entrati in servizio a trent’anni o più perché
prima dovevano ottenere i titoli, vincitori di concorso bandito già
per un livello direttivo, in molti casi avvocati o dottori commercialisti
che per quanto potranno impegnarsi non potranno mai raggiungere un collega,
magari coetaneo, solo per il fatto che ha qualche anno di servizio in
più.
Sono di questo genere i provvedimenti che dovrebbero far vincere all’Italia
le sfide dell’Europa unita?
Se la risposta è affermativa, ricordo che fino al 30 novembre
sono aperte le iscrizioni alla Lega Araba, l’unico consesso internazionale
di cui l’Italia potrà reggere il passo.
Sia chiaro che non chiediamo provvedimenti volti a favorire «
noi » invece che « loro ». Norma equa sarebbe stata
prevedere un punto per ogni anno di servizio, con un limite di 20 punti,
con equiparazione a tal fine degli anni accademici universitari ed ammissione
di tutti gli Ufficiali in servizio ai corsi-concorsi. Non vedo perché
ad un collega del ’97, con doti eccezionali, debba essere impedito
di guadagnare 500 posizioni. Davvero vorrebbero contrabbandare questo
contratto come moderno strumento normativo, tale da favorire le potenzialità
insite nel personale in servizio?
Notizie di ogni giorno ci confermano che l’informatica sarà
la protagonista del nostro futuro. Con perfetta coerenza il sottoscritto
è convinto che il mouse sia un ratto canadese in pericolo di
estinzione e lo scanner uno strumento per la macellazione dei polli.
Inoltre ha dimostrato più volte di non saper distinguere una
tastiera PC da un flauto traverso. Vi pare giusto che, a parità
di altri requisiti, io abbia lo stesso punteggio di un collega con grandi
conoscenze e capacità informatiche? Entro questo decennio una
sentenza belga o una cambiale tedesca potranno essere titolo esecutivo
anche in Italia. Perché non è stato attribuito nessun
punteggio alla conoscenza di una o più lingue?
Il contratto? Un traghetto per il 21° secolo!
Se l’intento premiale nei confronti degli ufficiali anziani doveva
essere lo scopo precipuo di questo contratto si sarebbe potuto prevedere
per loro un consistente aumento di stipendio. Raddoppiarlo, magari,
ai primi cento in graduatoria. Consegnare le chiavi della città
ai primi dieci. E invece si è preferito affidare la direzione
dell’UNEP di Milano o Bari ad un potenziale incapace. «
Potenziale », s’intenda, perché potrebbe anche essere
il più autorevole giurista dell’emisfero. Dipende, ed è
questa la gravità, dalle scelte personali fatte da ciascuno dei
migliori 80, dopo l’assunzione: chi si è occupato di diritto,
chi di apicoltura, chi di copiare, da libretti ingialliti, brocardi
in 16 lingue, per trascriverli poi su queste pagine ad allietare i pomeriggi
dei colleghi.
Tutti invariabilmente C3.
All’improvviso una telefonata. E’ Proietti, un collega di
Roma del ’91, che i più anziani di quella sede forse ricorderanno
anche se in pensione dall’ottobre ’59. Mi racconta di aver
fatto domanda di riammissione, subito accettata in ossequio alla nuova
corrente di pensiero di moda in via Arenula. Mentre fa i conti la sua
voce è un sibilo quasi impercettibile:... un punto per ogni anno
di quiescenza... due punti per ogni anno di catetere... dieci punti
forfettari per l’alzheimer... alla fine un grido sorprendentemente
pieno di energia: Primo Presidente di Cassazione! Poi una rivelazione
clamorosa. Dietro il contratto ci sarebbe una reviviscenza del partito
monarchico. Provo a scorrere mentalmente un’ipotetica graduatoria
e mi accorgo che ha ragione: pare infatti che essere nati nell’Italia
prerepubblicana sia uno dei requisiti cardine per farvi parte.
Rabbia e frustrazione, però, non devono abbatterci.
Le nuove norme, formulate da dilettanti allo sbaraglio, non risolvono
nessuno dei problemi della categoria, né dell’attuale,
ridicola, esecuzione forzata.
Quindici mesi dalla firma del CCNL non sono bastati per emanare una
sola norma di raccordo. La figura dell’Ufficiale Giudiziario europeo
è stata definita, sul modello di quello francese; la direttiva
che impone l’unificazione dei sistemi giudiziari è già
in Gazzetta Ufficiale dell’UE (gennaio ’98); la legge-delega
che ne attuerà i principi è già pronta. Chi fa
resistenza potrà gioire del ritardo con cui si attuerà
la riforma, quattro, magari nove anni, poi sparirà con il metodo
usato per la benzina super.
Per riempire i lunghi anni di attesa, ho fatto visionare le nuove norme
da giuslavoristi di tre diverse regioni. Tutti sono inorriditi, chi
aveva i capelli li ha drizzati esprimendo l’opinione che c’è
spazio per un ricorso che, nella peggiore delle ipotesi, dovrebbe almeno
sabotare le truffaldine promozioni a pioggia per qualche anno. Si sono
impegnati a contenere la spesa pro capite per il ricorso entro un limite
ragionevole. Chi fosse interessato può chiamarmi entro il 30
aprile allo 0349/3979564 per saperne di più.
Manca molto alla sera, stavo per leggere qualcosa, magari qualche nozione
in più potrebbe allontanarmi dalle tenebre dell’ignoranza,
poi ho desistito pensando che è inutile cercare di migliorarsi.
Per scrivere le farneticazioni che avete appena letto ho impiegato parecchio
tempo. Ora la promozione è di due ore più vicina.
Dott. Umberto Satolli
Ufficiale Giudiziario
Corte d'appello di Perugia