Controcorrente di Umberto Satolli

03 luglio 2007    
 
L’ UGUAGLIANZA EVANGELICO- SINDACALE.


Siamo entrati, assai poco trionfalmente, nell’ottavo anno dal primo maldestro tentativo di riqualificarci e ancora non abbiamo ottenuto nulla. Paradossalmente, non è la totale assenza di risultati l’aspetto peggiore di questa triste vicenda, ma il fatto che si perseveri diabolicamente nell’errore di continuare a chiedere una riqualificazione sostanzialmente, e anche formalmente, costituzionalmente illegittima. Più di quanto lo fosse nel 2000, quando ancora mancava la maggior parte della giurisprudenza sull’argomento e che si è formata in seguito al diluvio di fondatissimi ricorsi presentati dagli esclusi.
Pochi i concetti base. I concorsi interni devono essere meritocratici. Anche se dolorosamente, con criteri i più rigorosi possibili, si deve decidere chi merita la promozione e chi no. L’anzianità non deve essere il requisito prevalente, ma solo uno dei parametri, magari il più importante, in base al quale si stilano le graduatorie concorsuali. L’oramai insuperabile riserva di posti per l’accesso dall’esterno, valvola di sicurezza per garantire l’ingresso di energie fresche all’interno di categorie altrimenti stagnanti. Questi ed altri, che ho la nausea ad enumerare per quanto volte ne ho scritto e parlato, i paletti posti dalla giurisprudenza e che tutti, Amministrazione e sindacati, sembrano, almeno teoricamente, conoscere alla perfezione.
I più scettici provino a leggere le dichiarazioni di intenti, pubblicate sull’argomento riqualificazione, prima di ogni tentativo di riproporla. Assolutamente perfette! “… se per anni si è tentato di contrabbandare per oro colato delle norme illegittime, e ogni volta siamo stati smascherati, bloccati e ridicolizzati dai ricorrenti, è giunto il momento di rispettare le regole di un ordinamento democratico e progettare dei concorsi interni inattaccabili, sul profilo del rispetto normativo, tanto da essere attuati senza ritardi…”. Quante volte ho letto espressioni di questo tipo in documenti ufficiali. Quante volte ho visto tradurre queste lucide argomentazioni nelle solite inconcludenti malandrinate. Tante volte da non poterne più!
Veniamo al 2007. Si sta progettando l’avanzamento indiscriminato di tutti alla posizione economica immediatamente superiore. Pare, infatti, che gli insigni giuristi consulenti delle parti sedute al tavolo delle trattative, abbiano concluso che quello che non può fare un contratto, collettivo o integrativo che sia, può farlo una legge ordinaria, e cioè violare la Costituzione. Ingiusto e sbagliato!
Ingiusto perché è assolutamente immorale cercare di violare dolosamente principi di uguaglianza consacrati costituzionalmente, posti a tutela della collettività e non manipolabili a piacimento. Sbagliato perché tali illegittimità potranno essere fatte valere da chiunque ne abbia interesse, in sede di ricorso giurisdizionale, bloccando per l’ennesima volta il meccanismo riqualificativo.
Oramai collaudato il meccanismo per arrivare forzatamente a queste promozioni indiscriminate. Invece di programmare esodi molto parziali nelle qualifiche superiori, con adeguati filtri meritocratici ed in base alle effettive esigenze d’organico, sempre mutevoli, perché non passa mese del calendario senza che molti dipendenti pubblici vadano in pensione, si fanno marcire per interi decenni le dotazioni organiche proponendo, nel migliore dei casi, degli avanzamenti in base all’anzianità. Qualunque cosa accada, ai sindacati va bene. Se i concorsi interni vanno in porto, saranno promossi i soggetti da loro sponsorizzati. Se, invece per qualunque motivo, inerzia dell’Amministrazione o ricorsi vincenti, non sono attuati, si ottiene il risultato di far aumentare le vacanze d’organico, anche per lungo tempo, è questa situazione costituisce brodo di coltura per invocare, ad un certo punto della crisi, il riconoscimento di grave crisi che giustifica “provvedimenti eccezionali” in tema di promozioni gratuite.
Sconcertanti, a mio avviso, almeno tre considerazioni.
Incredibile la debolezza del potere esecutivo che, di fronte a questi ripetuti trabocchetti, non ha la forza di imporre ai sindacati un chiaro ultimatum: o si raggiunge un accordo su concorsi interni refrattari ad ogni ricorso e su base anche meritocratica, o si bandiscono rapidamente concorsi esterni per la totalità dei posti disponibili.
Scandaloso il cinismo con cui si sacrifica, in questo infinito gioco al massacro, i sacrosanti diritti di molti colleghi che magari, da oltre un ventennio, hanno i titoli, l’anzianità e la capacità per essere promossi senza alcun bisogno di sanatorie.
Vergognoso il nemmeno celato intento di scavare un solco, profondo ed invalicabile, tra chi è già nell’amministrazione e chi è fuori. Infatti, i futuri concorsi esterni verranno banditi solo per la posizione economica di accesso all’area funzionale e non anche per quelle superiori. Così da ottenere il solito risultato di far comandare un soggetto capace e titolato da un altro potenzialmente incapace e semianalfabeta di ritorno.
Spero che queste mie considerazioni non trovino riscontro nei prossimi accadimenti, che tutti diventino C2, magari con decorrenza giuridica ed economica dal 2000, tanto paga Pantalone, ma se ciò non accadesse, sapreste di chi è la colpa.
Buona estate a tutti.

Umberto Satolli

 

29 aprile

2007

   
 
TEMPO DI VACCHE MAGRE. IMPARIAMO
A TIRARE LA CINGHIA!


Vi devo dare una brutta notizia. Dopo anni di attento monitoraggio della nostra attività, alcuni di noi sono stati persino pedinati di nascosto, il comitato scientifico, da me indegnamente presieduto, è giunto ad una straordinaria conclusione: per lavorare l’Ufficiale Giudiziario ha bisogno di un mezzo di trasporto, non essendo sufficienti, nel 94,6 % dei casi presi in esame, gli arti inferiori o i mezzi pubblici. Ma le cattive notizie non finiscono qui. Per motivi legati al rilevante deficit pubblico, ad un retaggio culturale vecchio di molti decenni o, più semplicemente, perché viene naturale ai poteri forti vessare e minacciare gravi rappresaglie nei confronti di soggetti deboli, lo Stato ha deciso che il mezzo di trasporto deve essere nostro.
Preso atto di queste rivoluzionarie conclusioni scientifiche, fino a quando non avremo attributi sufficienti per reagire a tali ingiustizie, dobbiamo fare i conti con questa dura realtà, cercando di limitare al massimo le spese relative all’acquisto, al possesso, alla manutenzione ed all’uso del mezzo di trasporto usato per lavorare.
Approfittando della mia modesta esperienza in materia, vorrei rendervi partecipi di alcune considerazioni, con l’ovvio corollario che chiunque di voi può arricchire, precisare o contraddire le valutazioni che andrò di seguito esponendo, certo che dal continuo confronto di idee scaturisca sempre un vantaggio per tutti.

1) LA SCELTA DELL’AUTO.

In sintesi si potrebbe affermare: piccola ed a benzina. Nonostante il grande successo di vendite della motorizzazione diesel, è ora di fare i conti sulla sua reale convenienza.
La differenza tra il costo del gasolio e quello della benzina, che qualche anno fa era nell’ordine del 50%, ora è inferiore al 15% e la tendenza è quella di parificarlo.
Un’auto diesel, a parità di modello, costa mediamente tra il 10 ed il 20% in più rispetto alla versione a benzina e la sua manutenzione è notevolmente più onerosa.
L’assicurazione di un’auto diesel costa di più perché le compagnie considerano implicito, e quindi per loro più penalizzante, il maggior chilometraggio annuo.
Quindi consiglierei tale motorizzazione solo a coloro che percorrono almeno 30000 km l’anno. Con l’avvertimento che in futuro tale soglia chilometrica si innalzerà progressivamente per varii motivi. Lo sguardo pesante del fisco, già rivolto da tempo verso il diesel, si concentrerà sempre di più su questo settore, perché affollato da molti nuovi polli da spennare. La normativa Euro 5, regolante le emissioni inquinanti dei veicoli, obbligatoria per i nuovi modelli di nuova omologazione dal 2009 e per tutti i modelli dal 2011, sarà particolarmente penalizzante per il diesel e farà aumentare la differenza di prezzo all’acquisto. Negli stessi anni la motorizzazione a benzina porterà avanti gli enormi progressi tecnici già in corso e, grazie ad innovazioni quali l’iniezione diretta, il turbo a bassa pressione di sovralimentazione, la combustione magra ed altri accorgimenti, ridurrà significativamente il suo ritardo rispetto al diesel per quanto riguarda la coppia ai bassi regimi ed il consumo di carburante.
Ulteriore penalizzazione per i diesel deriva dai limiti alla circolazione nei centri urbani, previsti oramai ovunque e destinati a divenire sempre più restrittivi. Se possedete un diesel Euro 3, immatricolato anche nel 2002, non avete scampo: o lo sostituite con un veicolo nuovo oppure vi rassegnate a rispettare i giorni e gli orari di blocco della circolazione nella vostra città, con un disagio incompatibile con l’estremo bisogno di giustizia che c’è dalle vostre parti.
Non solo. So di persone che nel 2006 hanno speso oltre 20000 € pur di avere sotto le terga un diesel Euro 4 per poi scoprire, soprattutto nel centro-nord, di non essere escluso dai blocchi della circolazione perché l’auto era priva del FAP (filtro anti particolato, un dispositivo che riduce l’emissione di PM10, piccolissime particelle di polveri altamente inquinanti).
Se invece possedete, o acquistate, un’auto a benzina, anche Euro 1 o Euro 2 dal valore di poche migliaia di euro, diverrete campioni di ecologia aggirando ogni tipo di blocco della circolazione, semplicemente installando un impianto a gas, sia metano che gpl, con una spesa aggiuntiva comunque inferiore ai 2000€.
C’è da considerare, però, che al sud e nelle isole gli impianti di rifornimento del gas sono più rari (in Sardegna non c’è il metano) e quindi la valutazione espressa in favore dell’alimentazione a gas va coordinata con l’effettiva disponibilità di distributori ad una distanza accettabile dal luogo di residenza o di lavoro.
Piccola per tre motivi fondamentali. Meno lunga per parcheggiare meglio ed essere più agili nel traffico. Meno pesante perché portarsi dietro 500 kg di massa inerziale in più ad ogni partenza, frenata o ripresa comporta, anche per chi non è appassionato di fisica, un aggravio di consumo che può variare dal 20 al 40% in più di benzina ed usura dell’impianto frenante.
Meno appariscente per non turbare la sensibilità dell’esecutato. Ricordo quando sono andato ad eseguire uno sfratto con “l’ammiraglia” di famiglia, che adesso vale 900€ ma dieci anni or sono faceva la sua onesta figura, e sono stato apostrofato “… però, si guadagna bene a torchiare la povera gente!” Da allora ho sempre puntato all”understatement” automobilistico, raggiunto in pieno quando un magrebino, ridotto piuttosto male, mi si è avvicinato ad un semaforo per lavarmi qualunque cosa, pur di ottenere l’obolo, dopo un’occhiata al mio mezzo, ha tirato una moneta da 50 cent. dentro l’abitacolo.
Se poi avete ancora il fisico per farlo, scegliete un veicolo a due ruote: abbigliamento adatto, bauletto da oltre 50 dm cubi (entra anche la ventiquattrore) e si può girare per molti mesi l’anno con consumi anche superiori ai 25 km litro e quadruplicata possibilità di parcheggio.

2) L’USO DELL’AUTO.

Non serve più riscaldare il motore da fermi. Meglio avviarsi, mantenere nei primi chilometri velocità ridotte con marce più basse del solito. Il motore raggiunge prima la temperatura d’esercizio, inquinando e consumando di meno.
Sempre allo scopo di mantenere la giusta temperatura del motore evitate, quando è possibile, di spegnerlo in occasione di soste inferiori ai 3 minuti, 5 d’inverno. Se la macchina vale poco potete anche lasciarla aperta, i più prudenti usano le doppie chiavi per chiuderla quando si allontanano.
Anche in questo caso le diesel sono penalizzate. Raggiungono la temperatura d’esercizio più lentamente e soffrono meccanicamente di più per l’uso, tipico dell’Ufficiale Giudiziario, di brevi tragitti e frequenti accensioni e spegnimenti, con continui sbalzi termici.
Una volta in movimento, cercate di mantenere il più possibile una velocità costante ed inserite la marcia più alta possibile (senza far balbettare il motore). Consumerete sino al 10% in meno. Partenze con ruote fumanti e contagiri a fondo scala o accelerare verso un semaforo rosso lo fa aumentare notevolmente.
Il climatizzatore è un accessorio utilissimo, anche d’inverno perché deumidifica l’aria evitando il fastidioso appannamento dei vetri, ma assorbe energia. Spegnetelo se non serve. E’ comunque sconsigliato nei tragitti brevi, con abitacolo infuocato, perché lo sbalzo termico causa mialgie, nevriti, dolori articolari e disturbi dell’apparato respiratorio. Per tragitti brevi consigliamo, inoltre, di andare a piedi, fa bene al cuore, abbassa il livello di colesterolo e trigliceridi e limita l’imbrattamento delle candele.
Anche se avete molta fretta, ricordatevi almeno di non superare i limiti di velocità di oltre 40 chilometri orari. In questo caso, oltre alla multa salata e alla decurtazione dei punti, è prevista la sospensione della patente. Se ciò accadesse, il Ministero non saprebbe più che farne di voi…
Ogni residua diffidenza nei confronti del cambio automatico è anacronistica. Difficile parlare a dei giuristi di cambi automatici a variazione continua, robotizzati o autoadattativi, quindi fidatevi e basta.
La gestione del cambio è interamente affidata all’elettronica che, in base a numerosi parametri, sceglie la marcia giusta ed il momento di cambiarla. Molto difficile che un guidatore dalle normali capacità riesca a fare di meglio. Senza contare l’enorme comodità di non dover azionare la frizione o continuare a smanettare con la leva del cambio.
Potete fidarvi anche delle assicurazioni telefoniche, si risparmia molto. Consigliamo, però, di farsi fare il preventivo da molte compagnie prima di stipulare il contratto, perché diversi sono i criteri che ciascuna compagnia utilizza per determinare il premio assicurativo.
Ricordate che gli autoveicoli nuovi devono essere revisionati dopo 4 anni e successivamente ogni 2. Se la macchina non è revisionata l’assicurazione paga, in caso di sinistro, ma ha la facoltà di rivalsa nei vostri confronti. Così, se stendete un gruppo di cancellieri sulle strisce pedonali, oltre ad alimentare il sospetto che siete invidiosi delle loro posizioni economiche, risponderete, con il vostro cospicuo patrimonio, di quanto pagato dall’assicurazione. Uno sguardo periodico anche alla scadenza della patente, vale lo stesso discorso.
Un forte sospetto renderà inquieto la maggior parte dei miei colleghi-lettori: come mai in un sito di altissimo livello giuridico-istituzionale, come quello dell’UIUG, vengono pubblicate farneticazioni del genere, così lontane dagli argomenti consueti?
Sgombrate la mente da ogni dubbio. Avete perfettamente ragione!
Ma perché, credevate che “controcorrente” fosse un nome di fantasia?
Buon viaggio a tutti.

Umberto Satolli

 

23 marzo 2007

   
 
UN RUGGITO CHE VIENE DA LONTANO

Ci sono colleghi, in servizio da dieci anni, ma non solo loro, già così provati da questa esperienza da non poterne più. Stanchi e frustrati li ho sentiti fare di questi calcoli: “ dal ’97 al Ministero, sei anni di impiego privato, se riscatto la laurea tra venti anni andrò finalmente in pensione…”
Il disagio è un concetto troppo soggettivo per poter essere in qualche modo interpretato, anche perché di motivi per essere stanchi e frustrati gli ufficiali giudiziari ne hanno in abbondanza. Quello che dispiace mortalmente e che questi colleghi abbiano perso ogni spirito propositivo riguardo al futuro della nostra professione. Accettano con rassegnazione ogni progressiva “deminutio” sancita dal Ministero o dal Legislatore, con amara rassegnazione e con spirito di sopravvivenza, nel modo meno peggiore possibile. Le trasferte sono sono sempre più lontane dalla realtà dei costi sostenuti per produrle? Ed io cercherò in ogni modo di rimanere all’interno, al riparo dalle intemperie, dai pericoli e dalle enormi responsabilità dell’attività esterna. Ad ogni costo! Basterà far leva, è la moda degli ultimi anni, su qualunque tipo di patologia, vera o presunta, ed ottenere l’esenzione tanto ambita. Per inciso, che ne pensate di un pilota d’aeroplano dispensato dall’obbligo di volare? E di un calciatore dispensato dall’obbligo del contatto con il pallone? Probabilmente quello che penso io.
Pur con il dovuto e sacro rispetto per quei, in realtà pochi, casi di colleghi afflitti da gravi patologie, in special modo se per causa di servizio, credo che in questi casi si debba prevedere il transito nelle cancellerie, con decine di migliaia di euro di equo indennizzo, passando alla posizione economica superiore e quant’altro, ma chi non può o non vuole svolgere attività esterna non può essere definito ufficiale giudiziario.
Nella stanza dei bottoni si decide la promozione d’ufficio dei colleghi di livello inferiore al rango di ufficiale giudiziario, senza concorso, senza preparazione specifica, se non a titolo personale, e senza esperienza? Qualche giorno di impercettibili travasi di bile, di imprecazioni e di propositi di rappresaglia, poi il silenzio. Rotto soltanto dal ronzio di un‘antiquata calcolatrice: già il calcolo del cosiddetto “calderone” delle trasferte con i B3, attenua molto l’impeto rivoluzionario, poi una considerazione, nientaffatto da sottovalutare, spegne definitivamente ogni ardore belligerante. La settimana scorsa ho eseguito uno sfratto a dir poco cruento, durato quasi nove ore, fitte di discussioni interminabili, culminate nell’inseguimento dell’ufficiale giudiziario da parte dell’extracomunitario armato di machete, a stento raggiunto e neutralizzato da svogliati poliziotti. Per fortuna, l’immobile si trovava in seconda fascia chilometrica, quindi ho percepito una trasferta più alta: 5,12 €, al lordo di varie trattenute! Ma se in quel lasso di tempo, avessi fatto delle notifiche, quante ne avrei portato a termine? E quanti euro di trasferta avrei percepito in più? E’ davvero avvilente essere costretti a discutere in questi termini ed io sono il primo ad esserne mortificato, ma è la realtà delle condizioni in cui ci hanno costretto a lavorare e della considerazione in cui è tenuta l’attività di esecuzione.
Per quanto tempo potremmo sopravvivere professionalmente in modo dignitoso, continuando a ragionare in questi termini? Giro la domanda a tutti i miei colleghi, ma, in particolare, aspetto risposte esaustive dai colleghi nati negli anni settanta.
Ci sono, invece, colleghi, in servizio ininterrottamente dai primi anni ’50, che non mollano mai. L’avverbio, si badi bene, non è un lapsus. Il pensionamento qualche anno fa c’è stato, è vero, ma solo come mero atto amministrativo non in grado di modificare la forma mentis, né di attenuare l’ardore battagliero. Mi riferisco al collega Palese di Brindisi, il cui recente intervento sull’attuale condizione dell’ufficiale giudiziario e sul percorso, da lui auspicato, per uscire dalle acque paludose della statalizzazione, ha segnato una svolta storica nella grigia apatia che ha contraddistinto la categoria negli ultimi anni.
Sarebbe molto facile, soprattutto per un presuntuoso logorroico come me, prendere la ghiotta occasione al volo per dileggiare chi negli anni precedenti la pensava in modo diverso da me. Per tredici anni mi sono limitato a constatare quello che accadeva nei paesi giuridicamente più maturi del nostro, instradato, sulla materia, da molti colleghi più esperti e capaci di me, fra i quali è impossibile non citare D’Aurora e Lobrano, ed a caldeggiare questo tipo di riforme nel nostro scalcinato paese. Cionostante, l’unica cosa che risaltava agli occhi dei più era il mio certificato anagrafico.
Mentre i colleghi più lungimiranti, a cui io mi accodavo, ma come ruota di scorta, lottavano per la libera professione, altri colleghi lottavano per ottenere il commesso Unep. Mentre i colleghi più competenti si consumavano nel dire e nello scrivere che tutta la categoria degli ufficiali giudiziari doveva essere rivalutata, soprattutto come esecutori, altri colleghi, colpiti da un’insopportabile fitta al fegato, ogni volta che leggevano le altisonanti qualifiche dei colleghi delle vicine cancellerie, tramavano un’azione proditoria al fine di ottenere qualifiche superiori in quanto dirigenti e ispettori. Senza concorso, spesso senza titolo di studio, qualche volta persino senza capacità.
Potrei, ma non è questo il momento delle polemiche o delle rivincite da quattro soldi. La vivida intelligenza, la cultura, l’umiltà e l’attaccamento alla professione dimostrate dal collega Palese lo rendono così grande e degno di rispetto, tanto da mettere in secondo piano qualunque argomento a lui non favorevole. Spero che la sua esortazione costituisca la rampa di lancio per una nuova ripartenza dell’ufficiale giudiziario verso la vera meritocrazia, la riqualificazione della sua professionalità, il proventismo serio o, meglio ancora, la libera professione di stampo europeo.
Fiero di essere stato nominato suo erede, rinuncio all’eredità per due motivi fondamentali: il primo è che non c’è ancora stata delazione ereditaria, con la speranza che ciò avvenga almeno tra mezzo secolo; il secondo è che il patrimonio di eccezionale cultura e di formidabile dialettica che possiede è opportuno che continui ad amministrarlo in proprio.

Dott. Umberto Satolli
Ufficiale Giudiziario
Corte d’Appello di Perugia


Obiettivo 2030

Il ricorso contro il contratto integrativo è pronto.
Più di 130 dipendenti del nostro Ministero chiedono che un giudice riconosca la violazione dei propri diritti posta in essere da un accordo discutibile tra lo stesso ministero ed il sindacato.
Pensavamo che l’iniziativa si diffondesse in un territorio più vasto, ed invece i ricorrenti provengono solo da quel limitato spazio geografico che va da Erice a Bressanone.
Speravamo di avere consensi da una più ampia fascia anagrafica, ed invece tra il più giovane partecipante, classe ’71, ed il più anziano ci sono solo 46 anni di differenza.
Quest’ultimo è il collega Scognamiglio di Napoli, che saluto, il cui sostegno morale ci ha infiammato gli entusiasmi a dimostrazione del fatto che l’ampiezza degli orizzonti mentali, la buona fede e la cultura non hanno davvero età.
Eravamo pronti a spiegare all’intero popolo italiano quello che solo noi, grazie ad una intelligenza eccezionale, avevamo capito delle nefandezze che ci venivano prospettate, ed invece, dopo esserci confrontati con centinaia di colleghi, ci siamo resi conto che prima d’allora brancolavamo nel buio di una comprensione nebulosa ed incompleta del peggiore contratto integrativo, tra quelli degli altri ministeri, di cui abbiamo preso visione.Dopo nove mesi di scambio continuo di opinioni, domande, materiale giurisprudenziale e dottrinario, furibondi scatti d’ira e mille altre cose ancora, abbiamo sentito il bisogno di rendere pubblici i quesiti che riteniamo di interesse generale o le riflessioni più importanti.
Noi promotori del ricorso non abbiamo saputo dare nessuna risposta logica ai colleghi che erano attanagliati da mille dubbi. Chissà che il pubblico dibattito su queste pagine, con noi sempre ospitali, non fornisca, su questa delicata materia, chiarimenti decisivi.
Per motivi di spazio si darà voce alla minor parte delle opinioni raccolte. Quando non costituirà un problema, citeremo le fonti. Nessun ordine metodologico è stato dato all’esposizione degli argomenti, raccolti sotto forma di annotazioni su foglietti volanti ed il loro contenuto è stato da noi riassunto o adattato all’esposizione scritta.
Dall’effervescente Milano chiedono quali soggetti, pseudo-rappresentanti degli ufficiali giudiziari, hanno potuto sottoscrivere un contratto che, raffrontando le nostre attuali prerogative con quelle future, determini una gravissima, ingiustificata ed irreversibile dequalificazione per 1710 di noi, su un organico previsto di 1790? Chiedono inoltre come sarà possibile per tanti di loro, che vorranno trasferirsi per tornare o avvicinarsi ai luoghi di origine, conciliare questa esigenza con l’ambizione di progredire verso le posizioni economiche superiori, visto che si è annunciato che tutti i colleghi nominati C2 con questo contratto rimarranno presso l’ufficio di appartenenza, nella maggior parte dei casi nel centro-sud, anche in rilevante esubero?
Dalla pragmatica Torino chiedono il perché della ripugnante discriminazione tra passaggio interno da una posizione economica ad un’ altra ed accesso esterno di giovani aspiranti. Quando verranno banditi concorsi esterni per i C2 sarà richiesta la laurea e forse anche la specializzazione “post lauream”, mentre questo contratto riconosce la posizione economica C3 anche a dipendenti con la terza media. Si può così impunemente derogare al principio, ancora vigente del titolo immediatamente inferiore a quello richiesto agli esterni, per gli avanzamenti di carriera del personale in servizio? Ed in questo mare di prodigalità perché la zattera di un assistente con 40 anni di servizio ma senza diploma viene miseramente affondata?
Dalla colta Sicilia un raccapricciante esperimento di laboratorio, avente per oggetto l’applicazione dei criteri di selezione per l’avanzamento di posizione economica: il punteggio per titoli ottenuto da un ufficiale giudiziario in servizio dall’88 è soltanto avvicinato dal punteggio di un suo collega, in servizio dal ’94, che vanti i seguenti titoli non posseduti dal rivale più anziano: laurea, successivo biennio di specializzazione, abilitazione alla professione di avvocato, certificazione rilasciata da istituti autorizzati comprovanti la conoscenza dell’inglese parlato e scritto, nonché il superamento di corsi superiori di informatica avanzata. I colleghi concludono che, con tali premesse, sono incerti se continuare la loro battaglia contro l’oligofrenia o abbandonarsi all’etilismo.
Dall’attivissima Padova chiedono come mai è stato attribuito un punteggio alla licenza media visto che, o almeno si spera, non ci sono dipendenti con la licenza elementare? Ipotizzano, con sfrenata malignità, che ciò serva in realtà a diminuire l’effettivo valore dei punti attribuiti alla laurea.
Da Orvieto chiedono come mai è stato attribuito un punteggio rilevante alla dirigenza anche se di un ufficio il cui organico onnicomprensivo è di quattro unità, nella quiete bucolica di 30 esecuzioni mensili, mentre a nulla vale il provvedimento di nomina a preposto di un collega, messo così a dirigere decine o centinaia di persone, in un grande ufficio e con un rilevante carico di responsabilità?
In tema di arbitrio nell’attribuzione di punteggio ad un titolo piuttosto che ad un altro, arriva dall’Italia insulare finalmente un quesito di livello pari a quello del contratto integrativo! Un collega è in servizio dagli anni sessanta e da allora ha regolarmente partecipato a tornei nazionali di bocce, tutti di rango federale. Perché non ha avuto un punto per ogni podio conquistato?
Dall’Italia peninsulare un aneddoto destinato a divenire un monumento al sindacato. I dipendenti riuniti in assemblea rumoreggiavano. Conti alla mano un loro collega, notoriamente rozzo ed incompetente, aveva già in tasca il livello C3: l’oratore ammetteva l’assurdità di tale promozione ma aggiungeva “… sì, ma tra una decina d’anni, che lo voglia o no, andrà in pensione!”A quel punto i colleghi si sono calmati. Solo dieci anni? Pensavamo francamente di più.
Da Rieti chiedono perché non ammettere tutti i dipendenti in servizio ai corsi di riqualificazione per permettere ai giovani migliori di scalare molte posizioni nella graduatoria finale? Come mai, inoltre, pare si sia scartata l’ipotesi di mantenere valida la graduatoria nel tempo così da permettere agli idonei di essere successivamente nominati nelle posizioni economiche superiori rese disponibili da pensionamenti, dimissioni o altro?
Tutti i colleghi sentiti si definiscono nauseati dagli squallidi funambolismi dei punteggi dolosamente diversificati attribuiti agli anni di servizio. I più attivi hanno chiesto al sindacato spiegazioni sull’argomento, ricevendo come risposta che sono in possesso di un parere conforme espresso da esperti in materia. Nessuno, per quello che sappiamo noi, ed una smentita sarebbe una piacevole sorpresa, ha avuto modo di leggere direttamente tale parere né di sapere i nomi dei professionisti a buon mercato che lo hanno esteso. Su questo argomento riceviamo dalle verde Umbria un contributo con una pesante inflessione romanesca e qui tradotto per favorirne la comprensione. Il collega fa notare quello che anche i bambini, ma non i sindacalisti, sanno. In ogni processo di apprendimento o di accumulo d’esperienza vale il principio dell’utilità marginale. Partendo da un ipotetico zero, i primi anni hanno un valore determinante e l’utilità degli anni successivi decresce con regolarità fino ad annullarsi dopo qualche decennio.
Così vasta è stata l’eco della nostra iniziativa, che annoveriamo tra i vari contributi anche quello di un addetto ai lavori, presupponiamo parente o amico di un collega. Dal travagliato Meridione riferisce di aver perso il lavoro perché un ingegnere malese, dal cognome impronunciabile, ha ideato in procedimento produttivo così geniale da rendere immediatamente non competitiva al sua azienda. Ha fatto ricorso contro i suoi datori di lavoro perché i conti finali non gli quadravano: prima udienza fra due anni! Dopo aver protestato furiosamente, in cancelleria gli hanno risposto di non fare questioni inutili, perché tutti sanno che la giustizia non funziona. Ora ha saputo della nostra protesta. Già sapeva della multiforme intangibilità dello statale, che trova scandalosa se paragonata all’aleatorietà della sua condizione, ma che facessero carriera con modalità analoghe a quelle della fila dal suo droghiere, questo lo ignorava. Sospetta, soprattutto, che “qualche fesso”, promosso solo per anzianità, sia concausa dei problemi della giustizia. Sospettiamo, fortemente, anche noi.
Concludiamo questa panoramica con un invito fatto da tutti i ricorrenti. Vista la premeditata sordità del Ministero e del sindacato su alcuni argomenti, rivolgiamoci direttamente alla società civile. Che il cittadino-elettore sappia come, nonostante i proclami contrarii, venga in realtà gestito un servizio fondamentale come il nostro. Sappia che i disservizi ed i ritardi non sono dovuti alla fatalità od alla particolare conformazione del nostro paese. Sappia che in Francia o in Danimarca è stato possibile abbandonare questo tipo di rapporto stato-cittadini da oltre 50 anni. Sappia che il Legislatore italiano, quasi quotidianamente, con volgare disprezzo delle numerose e precise direttive dell’UE e della valanga di condanne emesse dall’Alta Corte di Giustizia, approva leggi che, per incompetenza o mala fede, ci allontanano dall’Europa e ci avvicinano al Nicaragua. E la smettano di dare la colpa alla deriva dei continenti!
L’invito è stato raccolto. Se gli impegni verranno mantenuti alcuni giornali pubblicheranno articoli sul delirio-giustizia, sulle colpevoli omissioni del potere politico in tema di libera professione dell’ufficiale giudiziario ed altro ancora.
Ce la farà l’Italia ad allinearsi alla giustizia europea entro la data indicata nel titolo? Noi crediamo di sì, ma ad una condizione: che si volti pagina da domani mattina!

Umberto Satolli


RIFONDARE LA DIRIGENZA UNEP!

Vorrei inserirmi nel dibattito scaturito dalla, oramai celebre, sentenza della Corte di Cassazione, relativa al mancato riconoscimento del trattamento economico superiore ai dirigenti Unep. Tali commenti hanno avuto, come punte di diamante delle due differenti correnti di pensiero sull’argomento, gli eccellenti elaborati degli ottimi colleghi Lobrano di Sassari e Marchesi di Gela. Assai remota, peraltro, la possibilità che il mio scritto, come al solito “controcorrente”, sia lontanamente paragonabile a quelli dei colleghi appena citati , quanto a garbo, intelligenza, cultura generale e specifica
Preliminarmente, va sgomberato il campo dal sospetto, molto diffuso, che il collega sardo, e quelli che aderiscono al suo pensiero, abbiano scelto di criticare l’attuale assetto della dirigenza perché dirigenti non sono, mentre il collega siciliano, ed i suoi epigoni, approvino l’anacronistico sistema perché dirigenti e quindi titolari del diritto alla riscossione delle differenze stipendiali.
La dignità di tutta la categoria non permette nemmeno di ipotizzare l’esistenza di una così grave disonestà intellettuale nel viziare i propri convincimenti in base alle singole condizioni personali.
Ciò premesso, è mia modesta opinione che i nostri due colleghi dicano cose, apparentemente così diverse, solo perché si occupano di questioni certamente differenti.
Il Marchesi fa un’ottima panoramica della normativa, di vario grado, vigente in materia di mansioni superiori, di organigrammi ministeriali e di quant’altro relativo alla controversia in essere, per dimostrare, con matura esegesi, come sia del tutto fuorviante, e tecnicamente errata, la decisione della Suprema Corte con la quale si è negato il nostro diritto a percepire la retribuzione del livello corrispondente a quello del quale, inequivocabilmente, si svolgono le funzioni. Approfittando poi dell’occasione, aperto il mattatoio, perché non massimizzare l’impiego dell’attrezzature, facendo bassa macelleria giuridica e logica delle questioni ad essa sottoposte? E così, per soli 9000 o, al massimo,12000 euro netti al mese, i giudici componenti quella sezione si sono anche presi la briga di distruggere la quasi totalità delle attribuzioni, dirigenziali e non, dell’Unep.
Dirigere centinaia di persone, come succede nei grandi uffici, essere sostituti d’imposta, rappresentare l’Unep di appartenenza in consessi di ogni tipo, nulla di ciò è valso a qualificare le nostre attività come superiori a quelle svolte da un C1! Rabbrividisco al pensiero di piccolissime cancellerie dove, a dirigere l’attività di una decina di braccia rubate, in parte all’agricoltura ed in parte ai lavori domestici, vi è un C3 super.
Mi prendo la responsabilità di affermare che non ci sia uno soltanto di noi che non giudichi sbagliata e profondamente iniqua tale sentenza.
A me sembra, invece, che il collega Lobrano sottolinei altri problemi relativi a questa dolorosa vicenda, anche se è ovvio che l’interpretazione autentica di quello che scrive spetti soltanto a lui.
A fronte dei gravissimi problemi che affliggono, da molti lustri, l’intera categoria, egli ha sempre notato la disunità, di noi colleghi, nella lotta per risolverli. Per lo più si è fatto ricorso alla via più breve: ottenere vantaggi per se stessi o per la sottocategoria a cui appartenevano. Come non fare riferimento al colpo di stato geriatrico delle fallite riqualificazioni, volto non a rendere più efficienti i nostri uffici ma solo a premiare gli ufficiali giudiziari più anziani d’Italia perché tali, senza alcun filtro meritocratico? Sconfitti senza appello su questo fronte, la categoria si è ricompattata in vista di un obiettivo comune? No, ovviamente, si è pensato ad un’altra sottospecie dell’ufficiale giudiziario, il dirigente. Mentre centinaia di nostri colleghi rischiavano ogni giorno la vita su tutto il territorio nazionale, qualche decina di colleghi pensava che fare le veci di un piccolo computer per la contabilità o mandare gli operatori in udienza o altri adempimenti del genere, fossero quel qualcosa in più dell’ufficiale giudiziario che andava maggiormente retribuito. Come se in un ospedale, per citare un celebre esempio lobraniano, contasse di più la funzione del ragioniere di quella del chirurgo. In fondo, nell’operazione a cuore aperto quel medico ha utilizzato pochi euro di filo da sutura, mentre il ragioniere ha appena saldato la fattura del filo da sutura del 2005, ben 52000 euro!
Per tornare a considerazioni mie, anche ammettendo la peculiarità, in astratto, delle funzioni del dirigente, resta un problema gravissimo di come si diventa e, soprattutto, di come si è diventato dirigente in passato. Il buon Marchesi ne fa una tiepida, ma coerente, menzione, rivolta al futuro e sottintendendo un condono tombale per il quarantennio precedente.
Anche ammesso, senza però averlo dimostrato, che nel momento della nomina quell’ufficiale giudiziario fosse il più idoneo a svolgere certe funzioni, mai, e sfido chiunque a smentirmi, si è riconsiderata quella nomina alla luce di avvenimenti successivi e contro la volontà del dirigente in carica. L’arrivo della reincarnazione di Carnelutti o Santoro Passatelli in ufficio, le pessime prestazioni del dirigente in carica, le vessazioni nei confronti dei colleghi e altre amenità del genere non hanno mai portato alla rimozione del titolare della dirigenza. La minima casistica in materia, infatti, riguarda casi gravi, spesso al limite del reato, e quindi non fa testo.
Ecco dove si annidano le gravi perplessità dei colleghi non dirigenti nei confronti di questo problema. Conosco colleghi, anche ultrasessantenni, di grande valore, che da venti o trentanni sono diretti da un collega dalle dubbie qualità solo perché nominato prima di loro, senza alcuna possibilità di far valere le proprie qualità, di beneficiare dei vantaggi riservati a questa categoria, alle occasioni formative, a meno di ricorrere a dei sicari prezzolati…
Negli ultimi anni la situazione è rapidamente peggiorata. Infatti a colleghi di pari grado, vincitori di nessun concorso, incredibilmente nominati a vita, di cui si prescinde da qualunque valutazione sulla professionalità e adeguatezza alla funzione, sono stati riconosciuti vantaggi concreti. Il punteggio aggiuntivo nelle riqualificazioni, che poi sono saltate, ma il cui punteggio è comunque valso per la nomina nelle posizioni super. Denaro, siano dieci centesimi o mille euro non fa differenza, che non a tutti è stato consentito di guadagnare. Da dirigenti si diventa ispettori, previsione coerente, visto il tipo di attività ispettiva, ma che, a parità di altre condizioni, non permette, quasi mai, a colleghi in gamba, non dirigenti, di ottenere questa qualifica. Le occasioni formative, per lo più riservate ai dirigenti, l’esclusione dalle quali danneggia gli altri colleghi per due motivi fondamentali: primo, perché colleghi laureati, specializzati, abilitati alla professione forense, non possono aggiornarsi, mentre il dirigente, diploma in geometra nel ’61, sì? Secondo, girano voci insistenti sull’attribuzione di punteggio a tale formazione corsuale, in occasione delle elaborande riqualificazioni, corsi a cui ci è stato negato di partecipare, magari per lasciare spazio a colleghi del ’35!
E’ vero, decine di colleghi dirigenti, tra i quali ho l’onore di annoverare amici fraterni, svolgono questa funzione con competenza, zelo, sacrificio e professionalità ed a loro va riconosciuto pieno merito, oltre che il riconoscimento economico superiore, ma ciò non toglie che il sistema con il quale sono stati nominati, magari sotto il Pontificato di Paolo VI, o con il quale mai è stata verificata l’idoneità alle funzioni, non sia ancora oggi accettabile. Per verificare se questa mia opinione è fondata proporrò, nelle sedi adeguate, istanza per la rotazione della dirigenza tra tutti i colleghi interessati.Sono convinto, ma potrei ovviamente sbagliarmi, che la normativa attualmente vigente possa permettere l’applicazione di tale istituto tra colleghi di pari grado. Auspico che le centinaia di colleghi più preparati di me e che dovessero condividere le mie opinioni in argomento, contribuiscano alla stesura delle suddette richieste ed a combattere quest’ennesima battaglia in favore della legalità.

Dott. Umberto Satolli
Ufficiale Giudiziario
Corte d’Appello di Perugia

 

Chi rema contro: abbiamo i nomi!


Incommensurabile la stima ed il rispetto per i coraggiosi colleghi di Tivoli.
E non si pensi ad una nostra adesione solo ideologica o di maniera. Già nel 1999 abbiamo iniziato un lungo cammino giudiziario per il riconoscimento dell’orario di lavoro per l’Ufficiale Giudiziario, proponendo un ricorso più che circostanziato al giudice del lavoro di Perugia. Nella migliore delle ipotesi ciò avvenne tra l’indifferenza della maggior parte dei nostri colleghi. Nella peggiore, tra gli sberleffi assordanti: che idea malsana! Uno schiavo, con tanto di pelle scura ed anello al naso, che pretende una limitazione dell’orario di lavoro. Nonostante tutto, per qualche anno fummo ottimisti sull’esito finale della vertenza. Il quadro normativo e giurisprudenziale sembrava incontestabile. L’ottimismo finì una tiepida mattina della primavera del 2002. L’ingegneria giuridico-sindacale aveva partorito l’ennesimo mostro: le norme di raccordo, ovvero la resa incondizionata dell’Ufficiale Giudiziario al sistema. Un velo pietoso sulle motivazioni che hanno spinto degli pseudo-lavoratori, tra cui anche dei nostri colleghi, a firmare un accordo tanto assurdo. Spero per loro che abbiano, in seguito, almeno ottenuto tempestivamente la contropartita pattuita, altrimenti trascorreranno secoli in Purgatorio per nulla.
Dopo solo sei anni, la brutta notizia invece della lieta novella che avrei voluto annunciare agli intrepidi colleghi tiburtini. “Respinge il ricorso, spese compensate”. Nei corridoi del tribunale un brusio di sconcertati commenti, pare che il magistrato non se la sia sentita di disturbare il “Palazzo”. Nemmeno l’illusoria consolazione di un rabbioso ed immediato ricorso in appello. Altro brusio di commento: “pare che depositi le motivazione anche dopo diciotto mesi, sapete, il tempo è medico degli affanni…”
Dopo qualche giorno di elettroencefalogramma piatto, il pensiero va alla strenua lotta che si va combattendo a due passi da Roma. Incredibilmente l’apparecchio segnala una tiepida ripresa dell’attività elettrica dell’emisfero cerebrale destro. Le motivazioni alla base di tale protesta sono assolutamente condivisibili, lo sconforto degli Ufficiali giudiziari è grave e generalizzato, il loro futuro triste ed incerto, perché solo a Perugia, a Padova e a Matera si è pensato di far rispettare dei diritti per cui l’Uomo combatte da secoli? Un ronzio impercettibile anche dall’emisfero sinistro. I giuslavoristi da me interpellati sull’argomento sono stati molto chiari. Gli Ufficiali Giudiziari lottano contro i mulini a vento perché, con un ufficio che funziona, chiedono a dei giudici recalcitranti un astratto riconoscimento del diritto all’orario di lavoro. Dieci, cinquanta, cento Tivoli con atti che scadono e processi che saltano ed il miracolo avverrebbe. L’inversione dell’onere della prova! Impossibile dimostrare. per il ministero, che per noi sussisteva l’obbligo di lavorare oltre ogni limite temporale per assolvere ai nostri doveri. Ma Tivoli è una sola, a Perugia mi sono mosso soltanto io, oltre ad una coraggiosa B3. Il criptoorchidismo continua ad essere raramente diagnosticato, un po’ in tutta Italia, e quindi raramente viene curato. La conclusione dovrebbe essere che, se le palle le hanno solo a Tivoli, è soltanto un problema chirurgico? Noi non lo crediamo.
Senza alcun preavviso, sento un irrefrenabile bisogno di conforto nella matematica. Strano, non sono mai andato oltre la comprensione delle tabelline.
Millesettecento colleghi C1 attualmente in servizio, poco meno, ma non è importante. Alcune centinaia, per loro stessa ammissione, lavorano meno di trenta ore a settimana, pur terminando, con precisione elvetica, i compiti loro assegnati in modo egregio. Spiegano: l’ufficio lavora poco, una trentina di esecuzioni al mese pro capite, l’organico è stato ampliato nel tempo, per spinte politiche e clientelari, non per reale necessità, ma per accogliere chi ha forzatamente emigrato in occasione della prima nomina. Ora la situazione peggiorerà, a dicembre arrivano tre nuovi colleghi! Cosa? Ricorso per l’orario di lavoro? Finirei per lavorare più di quanto faccio adesso. 1500 al massimo 1600 euro al mese per il resto l’orto, il negozio della moglie, la piscina dei figli, cioè il vero senso della vita, sia detto senza la minima ombra di ironia o di riprovazione, solo con un po’ d’invidia.
Altre centinaia di colleghi, precisamente quelli che mi amano di più, fin dai tempi del catetere, sono oltre la sessantina. Non hanno più la forza e la voglia di contestare il sistema e ciò è assolutamente comprensibile. Conoscono molto bene il loro lavoro, la loro zona, i loro debitori, i trucchi del mestiere, lavorano più con la testa che con le gambe e poi il mutuo è finito nel ’97, mia moglie insegna, una figlia medico, un figlio commissario di polizia. L’orario di lavoro non l’abbiamo mai avuto, certo, adesso guadagnamo di meno ma nel tempo delle vacche grasse ho fatto degli ottimi investimenti…
Lo ribadisco perché fondamentale, nessuna critica nelle mie considerazioni, sto soltanto facendo i conti, fatemi finire.
Altre centinaia di colleghi non hanno nessuna passione per questo lavoro. Negli anni novanta scorrevano la Gazzetta Ufficiale: uditore giudiziario, consigliere di prefettura, collaboratore finanziario, direttore penitenziario… toh! Ho vinto il concorso da collaboratore UNEP, appena scopro cosa fa esattamente vedrò se rallegrarmi o meno. Lavorano per vivere, col tempo hanno imparato a odiare questo lavoro infame, ma appena vincono un altro concorso vanno via. Non li si può certo rimproverare, ma è inutile chiedergli di lottare per la categoria.
Dulcis in fundo, i dirigenti. Quanti sono? 150, o forse di più. Che vergogna, Melli e Palese queste cose le sanno a memoria, hanno anche scritto delle monografie sull’argomento. Loro sono, in maggioranza, i veri custodi dell’ordine costituito. Godono di numerosi privilegi, ma ne sono allo studio dei nuovi. Nomina a vita, pensare che Fazio credeva di essere l’unico. Nominati, in qualche caso, durante il pontificato di Paolo VI, nel loro ufficio giunsero, nell’ordine la reincarnazione di Carnelutti, Santoro-Passarelli e Crisafulli. Niente da fare, a meno di condanne penali o morte improvvisa, nessun ripensamento sulla loro nomina. Rotazione nelle mansioni superiori? Per tutti i funzionari dell’Unione Europea ma non per gli Ufficiali Giudiziari. Vuoi fare l’ispettore? Solo se sei dirigente e sai far di conto. Da qualche anno, poi, la ciliegina sulla torta. Il riconoscimento del trattamento retributivo da C2 e anche da C3. Giuridicamente ineccepibile, anzi, a mio avviso una vittoria per l’intera categoria se non fosse che tale privilegio spetta a chi ha il solo merito di essere nato prima di noi, non ha vinto un concorso migliore del nostro e magari è ben lungi dall’essere il migliore esemplare di Ufficiale Giudiziario in circolazione nella sua città. E a questi colleghi puoi chiedere di contestare il sistema, di fare ricorso? Contro cosa? Forse lo stipendio più alto o la pensione più cospicua, o forse perché non bussano alla porta dei debitori da un ventennio. O forse perché, in qualche caso, attingono al mitico “calderone”, dividendo tutte le trasferte in parti uguali, nonostante non ne abbiano prodotte nemmeno una.
Alla fine, fatte tutte le sottrazione, il mio talento matematico viene fuori in tutto il suo fulgore: siamo rimasti a contestare io, Mascioli, Nardella, Lobrano e pochi altri, a conti fatti, non c’è nulla da fare…

Dott. Umberto Satolli
Ufficiale Giudiziario
Corte d’Appello di Perugia

Gli scandalosi ufficiali giudiziari

Non bastavano gli eterni problemi della giustizia. Ora ci si mettono anche gli ufficiali giudiziari ad aggravare la situazione ed il disagio dei cittadini. Tutta questa petulanza per l’aggiornamento delle trasferte, congelate al ’96! Ma non sanno che c’è un deficit pubblico grande come una voragine e che da qualche parte si dovrà pur risparmiare?
L’autorizzazione all’uso del mezzo proprio? Tipica follia derivante dalla patologica mania di protagonismo degli ufficiali giudiziari! Ma non sanno anche i bambini che tutto il territorio è coperto dal servizio di trasporto pubblico? La solita storia. Trattasi di pubblico dipendente allergico all’autobus, che vuole viaggiare comodo, magari ascoltando CD o fumando e che inserisce nel suo itinerario, all’insaputa del Ministero, la scuola dei figli, il supermercato, l’ufficio postale e chissà quante altre fermate abusive e poi si lamenta di essere costretto ad usare l’auto.
Per non parlare della pretesa assurda di avere l’orario di lavoro che almeno ne predetermini la quantità. Al ministero già se lo immaginano dopo tale conquista. Cammina lentamente mentre si dirige verso il luogo dell’esecuzione, i più scaltri, al minimo accenno di salita, portano la mano sullo sterno con una smorfia di dolore per giustificare le frequenti soste. Eccolo mentre verbalizza con calma esasperante, aggiunge lunghissimi avverbi inutili, divaga con excursus elaborati su temi tipo la convenienza o meno del diesel. Alla fine arriva trionfante al momento che ha atteso per tutta la giornata: va dal capufficio con gli atti che, trascorse le sei ore, non ha avuto il tempo di espletare. Ma è molto più efficace il sistema attuale. Se vuoi pranzare entro le quindici, affrettati. Se temi l’oscurità della sera sii rapidissimo a sfruttare fino all’ultimo le ore diurne, perché il crepuscolo incombe e la borsa è ancora piena.
Certezza della retribuzione? Poi ci si domanda come mai le interdizioni sono così rare… con tutti questi matti in giro. Cosa c’è di strano se alcuni lievissimi problemi legislativi e contabili ritardano o annullano emolumenti sacrosanti. E’ un inevitabile contrappasso dell’oramai proverbiale metodo per arrotondare lo stipendio dei nostri cari ed integerrimi funzionari. Casse di frutta, buste di carne e, soprattutto fruscianti banconote estorte ai poveri esecutati. Tali abitudini, attentamente monitorate dal Ministero, ovviamente legittimano certe disattenzioni in tema di stipendio.
Al di là delle precedenti considerazioni, è di questo mese la consegna al Ministero del risultato di una commissione di studio, istituita all’insaputa dei decerebrati di cui trattiamo, composta da etologi, ragionieri, neuropsichiatri, sociologi, fisioterapisti e zoologi che hanno osservato per anni i nostri protagonisti.
In base alle loro dotte conclusioni il ministero può star tranquillo. Non esiste altra razza, nel mondo animale, maggiormente capace di sopportare qualunque tipo di sofferenze, angherie, maltrattamenti od ingiustizie senza alcuna reazione. Quindi ha deciso di continuare pervicacemente su questa strada…
Umberto Satolli
Corte d’Appello Perugia

 

L’INVOLUZIONE DELLA SPECIE:
DALL’ ”HOMO SAPIENS” ALL’ ”HOMO DEMENS”.

Quando, alla fine del ’99, circolarono le prime voci sul contenuto del contratto integrativo del nostro Ministero, non credemmo alle nostre orecchie: saranno sicuramente pettegolezzi privi di fondamento, impossibile che, ad un passo dal terzo millennio, si possa risprofondare in tale barbarie. Ma ci illudemmo invano.
Purtroppo l’incubo divenne realtà nel febbraio del 2000, quando venne ufficializzato il contenuto del contratto, poi consacrato definitivamente nel successivo mese di aprile.
Subito apparvero macroscopiche le illegittimità in esso contenute, con prevaricazioni arbitrarie, titoli di studio vanificati e, soprattutto, il “favor senectutis” che non aveva nessun fondamento logico, giuridico, organizzativo ed etico, perché attuato senza alcun filtro, magari assai blando, di tipo meritocratico. Senza voler tornare nello specifico di ogni singola aberrazione, da incorniciare, nella confusione di un’orgiastica dissennatezza, l’anzianità di servizio a geometria variabile, i cui anni di decorso producevano punteggi incredibilmente diversi a seconda dei soggetti che li maturavano.
In ordine a tali nefandezze, tra l’altro, gli arditi giuristi che le avevano elaborate ricevevano da ogni dove precise anticipazioni di quello che sarebbe successo : “…gli avvocati giuslavoristi interpellati esprimevano parere positivo circa un ricorso che potesse sabotare per qualche anno le truffaldine promozioni a pioggia…” ci ricordiamo di aver letto su un numero del “Mondo giudiziario” di quella primavera, ad opera di un collega noto per la sua logorroica presunzione. Però, in quell’articolo , si parlava anche di catetere, simbolo senile per eccellenza, e tale citazione colpì così tanto i lettori che, invece di prendere nota della facile profezia catastrofistica, preferirono far passare alla storia dell’urologia l’autore di quell’articolo, etichettandolo come “quello del catetere”.
La leggenda narra che al ministero qualche perplessità fu sollevata sulla riqualificazione in generale, tanto che, per quasi un anno, nessuna iniziativa fu presa per attuarla. Ricordo di quel periodo le pacate recriminazioni di un collega del ’28: per pochi mesi avrebbe perso un’opportunità così favorevole di fare una veloce carriera.
Dopo questa fase di stallo, il Ministero convocò i rappresentanti sindacali per chiedere loro un parere circa il fiume di eccezioni logiche e giuridiche, che erano pervenute, con ogni mezzo, alle loro orecchie. La leggenda narra che i sindacalisti abbiano risposto di aver preso la maturità nelle scuole serali, e che, per questo motivo, non comprendevano bene le argomentazioni di chi protestava. Comunque dichiaravano potersi procedere, perché tale trambusto andava classificato certamente nella categoria “rabbia degli esclusi”. Di quel periodo ricordo le comprensibili recriminazioni di alcuni colleghi del ’29: per pochi mesi avrebbero perso un’opportunità così favorevole di fare una veloce carriera.
L’analisi del problema fu veramente approfondita dai sindacati. Infatti nel 2002 la magistratura annullò, di fatto, le riqualificazioni che ci riguardano, con l’autorevole sigillo della Corte Costituzionale che, il 16.5.2002., sancì le regole da osservare per i concorsi interni, in modo così chiaro che ci tranquillizzò definitivamente: anche delle persone dalle modeste capacità intellettive le avrebbero comprese in pieno. Figuriamoci i cervelloni ministeriali. La tranquillità crebbe quando, in settembre, anche l’ARAN dettò il vademecum dei concorsi interni a cui le amministrazioni pubbliche erano obbligate ad attenersi. Di quel periodo ricordo le decise recriminazioni di svariati colleghi del ’30: per pochi mesi avrebbero perso un’opportunità così favorevole di fare una veloce carriera.
Giunti a questa fase della storia, si poteva ancora parlare di una situazione quasi normale nel pubblico impiego: persone poco preparate avevano formulato norme la cui imprecisione era imbarazzante. Tutti coloro che avevano potuto farlo, erano riusciti a addomesticare i criteri selettivi, in base ad esigenze personali o della combriccola di cui facevano parte. Il tutto si era poi avviato in base alla complicità dei vertici ministeriali, i quali , in nome di non meglio specificati buoni rapporti con i sindacati, avevano chiuso entrambi gli occhi su le varie bizzarrie del contratto integrativo. Non che ci fossero molte novità rispetto al passato.
Quello che è poi successo, dopo l’estate del 2002, invece, è di una gravità sconcertante. Due le ipotesi che riesco a formulare. Non una di più, probabilmente per miei limiti. O le persone che hanno riproposto, dopo più di un anno, le stesse riqualificazioni avevano consapevolezza di quello che stavano facendo e quindi avevano totale disinteresse per la loro concreta attuazione, oltre alla certezza di impunità penale e contabile, oppure erano soggetti in preda a delirio schizoide, incapaci di intendere e di volere.
Come è stato possibile supporre, in buona fede, di aver risolto i problemi di illegittimità del contratto, aumentando le persone ammesse inutilmente ai corsi, pur mantenendo immutati i criteri di selezione che già escludevano la maggior parte del 30%, ammesso in più, nella prima versione della riqualificazione? Chi ha osato sperperare euro a vagonate, pur di gettare fumo negli occhi di migliaia di onesti lavoratori? Di quel periodo, oltre ai travasi di bile, ricordo le accese recriminazioni di molti colleghi del ’31: per pochi mesi avrebbero perso un’occasione così favorevole di fare una veloce carriera.
Ora siamo giunti all’agosto del 2004, il TAR del Lazio, grazie a pochi valorosi che hanno avuto il coraggio di gridare che il re è nudo, ha sospeso la seconda edizione di questa farsa. Naturalmente la “nomenklatura sindacale” ha già diramato comunicati in cui spiega, dall’alto della sua statura etica e culturale, che è colpa di un manipolo di imbecilli invidiosi se la nostra categoria non si fregerà di 800 posti da C2. Ho la nausea al solo pensiero di controbattere. Preferisco che siano i fatti a parlare.
Grande tristezza al pensiero che centinaia di colleghi, davvero in gamba, siano stati spediti in quiescenza con l’ignobile qualifica di C1, per colpa dei loro rappresentanti sindacali che, grottesco paradosso, avevano goffamente tentato di favorirli ad ogni costo. Ventidue anni di ispettorato, trentaquattro di dirigenza, quarantasei di servizio, questo ed altri curriculum di pari livello. I colleghi già in pensione avrebbero superato qualunque scoglio meritocratico con un occhio bendato, la mano destra legata dietro la schiena e calzando scarpe di due numeri più strette del solito. No, non si poteva fare. Perché il collega Astutilio, solo per il fatto di aver preso una scossa elettrica da 380 volt che lo ha reso inabile al 70%, non doveva essere nominato C2? Si è voluta l’automatica certezza della promozione per tutti gli anziani, costi quel che costi. Ci è costato molto.
Grande tristezza al pensiero di un quinquennio sprecato, al pensiero che, menti sofisticate, sono già al lavoro per elaborare meccanismi, sempre più complessi, per gabbare il prossimo nei nuovi contratti. Grande scoramento nel prevedere, come unica via d’uscita, il concorso pubblico con riserva di posti per gli interni. Soluzione questa che prevede la trasformazione del totale favore, nei confronti degli anziani, al quasi totale disfavore nei loro confronti. Ricordatevelo nel momento in cui pagherete le quote al sindacato. Di questo periodo ricorderò, oltre alla fibrillazione atrio ventricolare, anche le rabbiose recriminazioni dei colleghi del ‘32: credo che il motivo ormai lo immaginiate da soli.
Dott. Umberto Satolli
Ufficiale Giudiziario
Corte d’Appello di Perugia


L'Italia del terzo millennio


Avevano detto che non sarebbe successo più. Anzi. Sorridevano delle consuetudini in auge sino a qualche anno fa in tema di avanzamento di carriera, con quell’indulgenza che si riserva all’ingenuo folklore paesano od alle antiche usanze tribali. Cose di almeno un secolo fa. Ora le stesse persone, polverosi burocrati ministeriali e mediocri sindacalisti, hanno rinnovato i patti scellerati, il 3 febbraio 2000, data in cui è stato firmato il contratto integrativo per il Ministero della Giustizia.
Pur non essendo un trattato di medicina geriatrica, in esso trionfa l’anzianità. Quella di servizio pare infatti considerata la panacea di tutti i mali del pianeta giustizia. Tra le tante virtù insospettabili essa ha quella di modularsi a piacimento, il più delle volte in proporzione inversa al dolo ed alla incompetenza delle persone sedute al tavolo delle trattative.
L’indagine conoscitiva, ampia ed approfondita, svolta dal Ministero, con la supervisione tecnica del sindacato, ha infatti constatato che i dipendenti della giustizia per i primi cinque anni lavorano in scantinati bui, umidi e maleodoranti, lavorano poco e male ed un anno della loro esperienza vale un ottavo di quella dei loro colleghi che, ammessi al piano terra dal sesto al quindicesimo anno di servizio, in locali ampi, asciutti e moderni sviluppano doti intellettive eccezionali e maturano un’esperienza superiore. Ma non basta. All’inizio del sedicesimo anno i frastornati dipendenti vengono accolti al piano ammezzato dove arriva un po’ di luce e di calore da sopra, tale da consentire loro di produrre e maturare quattro volte di più dei loro colleghi interrati ma, evidentemente, anche del puzzo e dell’umidità da sotto che limita le loro capacità ad un mezzo di quella dei colleghi soprastanti.
La volontà fraudolenta di escludere dagli avanzamenti di carriera i colleghi più giovani è chiara a tutti. Ma qualcuno cerca di far finta di nulla. Il più ampio disegno criminale prevede, tra l’altro, che un anno e mezzo di servizio nel magico piano terra valga quattro anni di studi universitari, ventisei esami e la tesi di laurea. Formidabile, poi, quel semestre, imprecisato, equiparato ad una laurea breve di durata triennale. Si è voluta creare una violenta frattura generazionale nella nostra categoria. Da una parte geometri, periti agrari e quant’altro, in qualche caso in servizio a 22 anni, inquadrati d’ufficio pochi anni fa tra gli impiegati direttivi dello Stato, senza il minimo filtro che trattenesse nel livello inferiore qualche somaro, magari uno solo, che non meritasse l’avanzamento, ora di nuovo proiettati in avanti anche di due livelli, spesso senza titoli, e con un esame che già si preannuncia « non tenderà a sconvolgere le graduatorie stilate in base all’anzianità ».
Dall’altra parte della barricata 600 peones, tutti obbligatoriamente laureati, entrati in servizio a trent’anni o più perché prima dovevano ottenere i titoli, vincitori di concorso bandito già per un livello direttivo, in molti casi avvocati o dottori commercialisti che per quanto potranno impegnarsi non potranno mai raggiungere un collega, magari coetaneo, solo per il fatto che ha qualche anno di servizio in più.
Sono di questo genere i provvedimenti che dovrebbero far vincere all’Italia le sfide dell’Europa unita?
Se la risposta è affermativa, ricordo che fino al 30 novembre sono aperte le iscrizioni alla Lega Araba, l’unico consesso internazionale di cui l’Italia potrà reggere il passo.
Sia chiaro che non chiediamo provvedimenti volti a favorire « noi » invece che « loro ». Norma equa sarebbe stata prevedere un punto per ogni anno di servizio, con un limite di 20 punti, con equiparazione a tal fine degli anni accademici universitari ed ammissione di tutti gli Ufficiali in servizio ai corsi-concorsi. Non vedo perché ad un collega del ’97, con doti eccezionali, debba essere impedito di guadagnare 500 posizioni. Davvero vorrebbero contrabbandare questo contratto come moderno strumento normativo, tale da favorire le potenzialità insite nel personale in servizio?
Notizie di ogni giorno ci confermano che l’informatica sarà la protagonista del nostro futuro. Con perfetta coerenza il sottoscritto è convinto che il mouse sia un ratto canadese in pericolo di estinzione e lo scanner uno strumento per la macellazione dei polli. Inoltre ha dimostrato più volte di non saper distinguere una tastiera PC da un flauto traverso. Vi pare giusto che, a parità di altri requisiti, io abbia lo stesso punteggio di un collega con grandi conoscenze e capacità informatiche? Entro questo decennio una sentenza belga o una cambiale tedesca potranno essere titolo esecutivo anche in Italia. Perché non è stato attribuito nessun punteggio alla conoscenza di una o più lingue?
Il contratto? Un traghetto per il 21° secolo!
Se l’intento premiale nei confronti degli ufficiali anziani doveva essere lo scopo precipuo di questo contratto si sarebbe potuto prevedere per loro un consistente aumento di stipendio. Raddoppiarlo, magari, ai primi cento in graduatoria. Consegnare le chiavi della città ai primi dieci. E invece si è preferito affidare la direzione dell’UNEP di Milano o Bari ad un potenziale incapace. « Potenziale », s’intenda, perché potrebbe anche essere il più autorevole giurista dell’emisfero. Dipende, ed è questa la gravità, dalle scelte personali fatte da ciascuno dei migliori 80, dopo l’assunzione: chi si è occupato di diritto, chi di apicoltura, chi di copiare, da libretti ingialliti, brocardi in 16 lingue, per trascriverli poi su queste pagine ad allietare i pomeriggi dei colleghi.
Tutti invariabilmente C3.
All’improvviso una telefonata. E’ Proietti, un collega di Roma del ’91, che i più anziani di quella sede forse ricorderanno anche se in pensione dall’ottobre ’59. Mi racconta di aver fatto domanda di riammissione, subito accettata in ossequio alla nuova corrente di pensiero di moda in via Arenula. Mentre fa i conti la sua voce è un sibilo quasi impercettibile:... un punto per ogni anno di quiescenza... due punti per ogni anno di catetere... dieci punti forfettari per l’alzheimer... alla fine un grido sorprendentemente pieno di energia: Primo Presidente di Cassazione! Poi una rivelazione clamorosa. Dietro il contratto ci sarebbe una reviviscenza del partito monarchico. Provo a scorrere mentalmente un’ipotetica graduatoria e mi accorgo che ha ragione: pare infatti che essere nati nell’Italia prerepubblicana sia uno dei requisiti cardine per farvi parte.
Rabbia e frustrazione, però, non devono abbatterci.
Le nuove norme, formulate da dilettanti allo sbaraglio, non risolvono nessuno dei problemi della categoria, né dell’attuale, ridicola, esecuzione forzata.
Quindici mesi dalla firma del CCNL non sono bastati per emanare una sola norma di raccordo. La figura dell’Ufficiale Giudiziario europeo è stata definita, sul modello di quello francese; la direttiva che impone l’unificazione dei sistemi giudiziari è già in Gazzetta Ufficiale dell’UE (gennaio ’98); la legge-delega che ne attuerà i principi è già pronta. Chi fa resistenza potrà gioire del ritardo con cui si attuerà la riforma, quattro, magari nove anni, poi sparirà con il metodo usato per la benzina super.
Per riempire i lunghi anni di attesa, ho fatto visionare le nuove norme da giuslavoristi di tre diverse regioni. Tutti sono inorriditi, chi aveva i capelli li ha drizzati esprimendo l’opinione che c’è spazio per un ricorso che, nella peggiore delle ipotesi, dovrebbe almeno sabotare le truffaldine promozioni a pioggia per qualche anno. Si sono impegnati a contenere la spesa pro capite per il ricorso entro un limite ragionevole. Chi fosse interessato può chiamarmi entro il 30 aprile allo 0349/3979564 per saperne di più.
Manca molto alla sera, stavo per leggere qualcosa, magari qualche nozione in più potrebbe allontanarmi dalle tenebre dell’ignoranza, poi ho desistito pensando che è inutile cercare di migliorarsi.
Per scrivere le farneticazioni che avete appena letto ho impiegato parecchio tempo. Ora la promozione è di due ore più vicina.

Dott. Umberto Satolli
Ufficiale Giudiziario
Corte d'appello di Perugia

 
31 maggio 2004    
 


       Da sempre sono affascinato dal mondo della rotaia. Peccato non saperne di più! Da un po’ di tempo il mio interesse per il treno sta aumentando, da quando, cioè, alcune riflessioni mi hanno convinto a credere che possiamo trarre, dalle regole che governano questo mondo, degli spunti pedagogici, utili per la gestione ministeriale.

       La locomotrice deve essere sufficientemente potente per trainare un numero predeterminato di vagoni. Ci sono dei criteri, oggettivamente riscontrabili, per stabilire quanti KW sono necessari per far muovere decentemente un intercity o un treno merci.

       I macchinisti devono avere specifiche caratteristiche fisiche, oltre a godere di ottima salute. La distanza tra i due binari, credo si chiami scartamento, deve essere costantemente uguale in tutto il paese. Anzi, vista la circolazione internazionale, costantemente uguale almeno in tutto il continente europeo. La segnaletica deve essere chiara ed univocamente interpretata da tutti gli addetti ai lavori. Gli esperti del settore potrebbero continuare per centinaia di pagine ad illustrare molti altri aspetti di questo mondo, ma io sono un profano e così mi fermo a queste poche sciocchezze. E che centra la pedagogia ministeriale? Forse il lettore dimentica che, chi pensa controcorrente, spesso fa dei ragionamenti molto complicati ed impervi.

       Chi per mestiere deve gestire treni, ha sicuramente un impegno gravoso, ma anche un enorme vantaggio rispetto ad altri settori professionali. Se sbaglia qualcosa nell’organizzazione, constata immediatamente i problemi causati da tale errore. Potenza inadeguata del locomotore? Il treno va piano, accumula ritardi siderali o, nel peggiore dei casi, nemmeno si muove. I macchinisti sono alti un metro e quaranta, oppure afflitti da handicap gravi? Il treno, probabilmente non arriverà a destinazione, o si schianterà di lì a qualche ora. I binari hanno scartamento diverso, in base alla regione di appartenenza? Circolazione transregionale impossibile. Metà dei dipendenti interpretano il rosso come via libera? Collisioni multiple assicurate.

       In tutti gli esempi fatti, molti ferrovieri, naturalmente, rischiano il linciaggio sul posto, ad opera di chi ha subito le conseguenze della loro negligenza.

       Bella forza, direbbe il nostro polveroso burocrate ministeriale, la logica e la fisica obbligano i ferrovieri a stare con i piedi per terra. Nel nostro caso il problema si pone diversamente! E già, rifletto io, poiché né la logica , né la fisica ci impongono di fare diversamente, allora è proprio il caso di tenere i piedi su Marte. E così continuano a fornirci motrici a pedali ed alla loro guida mettono, in qualche caso, degli orbi, accompagnati, però, da un bel certificato di vista acutissima In altri casi macchinisti alti un metro e trenta, ma adeguatamente equipaggiati con scarpe dai tacchi alti. I binari sono di burro, ma pare che, al momento sia politicamente convenienti considerarli di acciaio temperato. E poi si meravigliano se deraglia un treno al giorno. Con un’ulteriore aggravante: i nostri burocrati la conta dei morti la fanno un decennio sì ed uno no. I parenti delle vittime non fanno in tempo a linciarli.

       Ogni riferimento alle riqualificazioni è casuale o dovuto all’opacità delle lenti del lettore…

 

 
6 aprile 2004    
 

Non bastavano gli eterni problemi della giustizia. Ora ci si mettono anche gli ufficiali giudiziari ad aggravare la situazione ed il disagio dei cittadini. Tutta questa petulanza per l’aggiornamento delle trasferte, congelate al ’96! Ma non sanno che c’è un deficit pubblico grande come una voragine e che da qualche parte si dovrà pur risparmiare?
L’autorizzazione all’uso del mezzo proprio? Tipica follia derivante dalla patologica mania di protagonismo degli ufficiali giudiziari! Ma non sanno anche i bambini che tutto il territorio è coperto dal servizio di trasporto pubblico? La solita storia. Trattasi di pubblico dipendente allergico all’autobus, che vuole viaggiare comodo, magari ascoltando CD o fumando e che inserisce nel suo itinerario, all’insaputa del Ministero, la scuola dei figli, il supermercato, l’ufficio postale e chissà quante altre fermate abusive e poi si lamenta di essere costretto ad usare l’auto.
Per non parlare della pretesa assurda di avere l’orario di lavoro che almeno ne predetermini la quantità. Al ministero già se lo immaginano dopo tale conquista. Cammina lentamente mentre si dirige verso il luogo dell’esecuzione, i più scaltri, al minimo accenno di salita, portano la mano sullo sterno con una smorfia di dolore per giustificare le frequenti soste. Eccolo mentre verbalizza con calma esasperante, aggiunge lunghissimi avverbi inutili, divaga con excursus elaborati su temi tipo la convenienza o meno del diesel. Alla fine arriva trionfante al momento che ha atteso per tutta la giornata: va dal capufficio con gli atti che, trascorse le sei ore, non ha avuto il tempo di espletare. Ma è molto più efficace il sistema attuale. Se vuoi pranzare entro le quindici, affrettati. Se temi l’oscurità della sera sii rapidissimo a sfruttare fino all’ultimo le ore diurne, perché il crepuscolo incombe e la borsa è ancora piena.
Certezza della retribuzione? Poi ci si domanda come mai le interdizioni sono così rare… con tutti questi matti in giro. Cosa c’è di strano se alcuni lievissimi problemi legislativi e contabili ritardano o annullano emolumenti sacrosanti. E’ un inevitabile contrappasso dell’oramai proverbiale metodo per arrotondare lo stipendio dei nostri cari ed integerrimi funzionari. Casse di frutta, buste di carne e, soprattutto fruscianti banconote estorte ai poveri esecutati. Tali abitudini, attentamente monitorate dal Ministero, ovviamente legittimano certe disattenzioni in tema di stipendio.
Al di là delle precedenti considerazioni, è di questo mese la consegna al Ministero del risultato di una commissione di studio, istituita all’insaputa dei decerebrati di cui trattiamo, composta da etologi, ragionieri, neuropsichiatri, sociologi, fisioterapisti e zoologi che hanno osservato per anni i nostri protagonisti.
In base alle loro dotte conclusioni il ministero può star tranquillo. Non esiste altra razza, nel mondo animale, maggiormente capace di sopportare qualunque tipo di sofferenze, angherie, maltrattamenti od ingiustizie senza alcuna reazione. Quindi ha deciso di continuare pervicacemente su questa strada…

 

 
   

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