Urzad - Ufficio pubblico
(Quando lo Stato fregava le lavatrici)
di Alessandro Aniballi
(da www.cinemavvenire.it)
Le
mostruosità burocratiche dei paesi comunisti, l'enigmatico
rapporto tra proprietà pubblica e privata, la correlata
occupazione totalitaria dello spazio individuale da parte dello
Stato sono, a sorpresa vista la durata esigua, solo alcune delle
riflessioni che scaturiscono dalla visione, più che densa,
di Urzad (Ufficio Pubblico, 1986), un docucorto di 20', visto
all'Istituto polacco di cultura in occasione della rassegna dedicata
alla regista Maria Zmarz-Koczanowicz.
Per mettere in scena tutto questo popò di roba, discretamente
scottante e difficilmente gestibile, Maria Zmarz si è concentrata
su una figura a ben vedere cruciale nei paesi dell'Est Europa
quando erano ancora comunisti (il film è del 1986): l'ufficiale
giudiziario ovvero il pignoratore, oscuro burocrate che si intrufola
nella case altrui alla ricerca di oggettistica superflua.
La classificazione del Superfluo peraltro è tutta da definire,
perché l'astrattezza che contraddistingue il termine non
permette di discernere da caso a caso e, in senso complessivo,
rende impossibile riconoscervi una corrispondenza con il Reale
(l'abisso tra astratto e reale è forse la magagna del
comunismo realizzato).
Gli stessi predatori-malfattori, infatti, si interrogano sul
limite da dare al loro potere che è tutto in quella parola;
il più delle volte, nell'incertezza, portano via.
Quello che rende Urzad una notevole esperienza spettatoriale
non sta solo nella "giustezza" del soggetto, quanto
soprattutto nella riuscita della messa in scena.
Qualche esempio. Nella prima inquadratura si vede un uomo che
in un cortile sposta una lavatrice. Solo in seguito scopriremo
che si tratta di un ufficiale giudiziario che ha requisito un
oggetto superfluo.
Più avanti rivediamo persino la stessa inquadratura. Lo
stesso accade per lo sgabuzzino in cui vengono raccolti tutti
gli oggetti pignorati, spazio attraversato varie volte da un
carrello che avanza lentamente. L'immagine ricorre nel corso
del film e, insieme ad altri casi, permette di riconoscere la
reiterazione come la figura retorica in grado di ricostruire
i pezzi che si accumulano davanti agli occhi dello spettatore.
Sul rapporto suono&immagini. Ascoltiamo la voce di alcuni
pignoratori che, come parlando tra sé, si programmano
la giornata; in contemporanea vediamo l'interno del loro ufficio
attraversato da un carrello orizzontale. Questa inquadratura è forse
l'immagine più efficace, sicuramente la più ardita,
di Urzad. Si passa infatti da una porta chiusa ripresa frontalmente,
per proseguire a destra inseguendo una striscia gialla su una
parete, e si termina su un'altra porta chiusa, per poi ripartire
con il percorso inverso. Un carrello "burocratico",
che riesce a dare il senso (anzi ilnonsense) di meccanicità del
ruolo sociale di cui si sta trattando.
Vi è da dire che il punto di vista è sempre quello
dei "predatori".
A loro spetta il potere della voce, una specie di stream of consciousness,
che dividono con un altro personaggio, una donna, forse un burocrate, impegnata
a spiegarci, secondo lo schema classico dell'intervista, in maniera diffusa
i doveri e i compiti dei pignoratori.
La voce della donna a volte è associata al suo volto, mentre in altri
momenti funziona ancora da flusso fuoricampo e le immagini che la accompagnano
sono quelle di palazzi o di cortili o di angusti corridoi di poveri condomini
preda delle razzie (contrappunto audio-video?). Non ci è dato di vedere
mai gli interni delle abitazioni; al massimo si può cogliere un bambino
che ci guarda da una porta socchiusa.
Proprio lo sguardo enigmatico del bambino permette di individuare una contrapposizione
tra la parola dei "forti" e il silenzio dei "deboli", se
si passa la semplificazione.
Così la messa in scena disarticolata, costruita su buchi neri, tendente
al non-vedibile, quasi scacchiera da completare, rende campo del visibile le
contraddizioni del regime, non lasciandosi mai andare ad afflati populistici,
ma stimolando una comprensione intellettuale, da cui è poi possibile
trarre ogni tipo di conseguenza, non ultima l'emozione (anche se sarebbe meglio
parlare di un brivido freddo che corre lungo la schiena).
La (mia personale) scoperta di una cineasta come Maria Zmarz-Koczanowicz ha
rinnovato la curiosità verso la cinematografia dell'Est Europa che,
quasi sempre costretta da limitazioni censorie, è stata capace di resistere
come le rare piante in una zona arida, conservandone lo stesso piglio orgoglioso.
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